La corsa all’oro nero si scatena al largo delle coste della Groenlandia nelle acque artiche del Polo Nord. Qui la compagnia petrolifera scozzese Cairn Energy ha scoperto un giacimento di gas naturale che lascia presagire la vicinanza di un grosso giacimento petrolifero. Secondo le stime dell’Usgs (Us Geological Survey),  infatti, sotto la calotta artica c’è circa il 13% delle riserve di petrolio rimaste sulla Terra e circa il 30% di quelle di gas. Un bottino troppo ghiotto per essere ignorato dalle grandi compagnie petrolifere mondiali. Soprattutto dopo lo stop forzato alle trivellazione nelle acque americane, canadesi e norvegesi in seguito al collasso della Deepwater Horizon e al disastro ecologico nel Golfo del Messico.

Dopo aver già iniziato a trivellare a 300-500 metri di profondità a circa 175 km ovest da Disko Island, Cairn Energy sta progettando di iniziare delle esplorazioni a 4.200 metri, un’enormità se si pensa che il disastro della BP in Messico è accaduto a 3000 metri. Inutile dire, infatti, che più si scende più salgono i rischi di incidenti, specie in un ambiente proibitivo come quello artico. Un ambiente fino a pochi anni fa inaccessibile, visti gli 8 mesi all’anno di ghiaccio, ma che, paradossalmente, il riscaldamento globale e il conseguente scioglimento parziale dei ghiacciai ha reso più raggiungibile all’uomo.

Già da tre anni la Russia ha iniziato delle esplorazioni in queste acque, innescando quella che potrebbe diventare una moderna “corsa all’oro” (nero) tra le cinque nazioni artiche (Russia, Stati Uniti, Canada, Norvegia e Danimarca). Senza bandiera, invece, le grandi multinazionali, tra cui Chevron ed ExxonMobile, che stanno già sgomitando per iniziare per prime le trivellazioni nelle acque artiche. “Il passo compiuto dalla Cairn Energy ne incoraggerà la corsa”, ha commentato Manouchehr Takin, esperto del Centre for Global Energy Studies (CGES). Tagliata fuori, invece, la BP (British Petrolium), che dopo il disastro del Golfo del Messico non si può permettere di intraprendere una simile avventura.

Una situazione da allarme rosso per gli ambientalisti di mezzo mondo, preoccupati per l’alto rischio di incidenti in una zona climaticamente così proibitiva e per le inevitabili ripercussioni di simili trivellazioni sull’ecosistema della zona. Basti pensare, ad esempio, alla piattaforma russa Prirazlomnoye, che opera a nord della Russia, un mostro di circa 100mila tonnellate. “Una corsa al petrolio in quest’area ne minaccerebbe gravemente il delicato ambiente e vanificherebbe i nostri sforzi di contrastare il cambiamento climatico”, ha commentato Jack Hunter, portavoce di Greenpeace Europe. “E’ arrivata l’ora di andare oltre le estrazioni di petrolio e pensare globalmente verde incentivando seriamente l’industria delle energie rinnovabili. Così stiamo andando nella direzione sbagliata”.

Dal canto suo, il Primo Ministro della Groenlandia, Kuupik Kleist, vede queste esplorazioni come una possibilità di creare lavoro in un Paese con un alto tasso di disoccupazione e numerosi problemi sociali come alcolismo e il più alto numero di suicidi l’anno. “Si, ma a quale prezzo?”, si chiedono gli attivisti di Greenpeace a bordo della nave Esperanza che sta cercando in tutti i modi di disturbare il lavoro della Cairn Energy.