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L’ultima frontiera dell’informazione libera è il videoblogger. Parola di Steve Garfield

E'uno dei maestri di questo nuovo metodo di rendere pubbliche le notizie. Americano, consulente di 500 brand commerciali, la sua ricetta è quella di "essere veloi e postare i video usando i social network”

Blog, facebook e twitter per fare informazione, da migliaia di battute fino ai link da 140 caratteri. Ma grazie ai siti di condivisione video, da YouTube a Vimeo, la notizia assume più vigore, forza. Il citizen journalist che comunica con le immagini anche amatoriali riesce ad essere più efficace della parola linkata. Strategie di comunicazione fatte di videocamere tascabili o semplici webcam, che danno vita a laboratori di videomaker dal bacino di Al Gore di Current tv, fino al nostrano Byoblu. Tecniche di ottimizzazione dell’immagine, di montaggio e dettagli sulle attrezzature a cui il mondo dell’informazione sta prestando sempre più attenzione, con canali dedicati a minireportage, come insegnano, ad esempio, i contributi di “IoReporter” su SkyTg24 . Cresce insomma l’interesse dei media mainstream a cogliere le segnalazioni che redazioni e collaboratori non riescono a intercettare, a sondare gli umori senza il filtro del taccuino. Nel mondo in cui il giornalismo che sopravvive è quello delle opinioni, l’audience ricerca sempre più il taglio emozionale, la prospettiva dell’autore. Anche se, al momento, la passione raramente viene ricompensata dal denaro.

Oltreoceano essere videoblogger è diventata una professione in grado di creare veri e propri guru. Nel gotha dei maestri spicca Steve Garfield, consulente di oltre 500 brand commerciali da Kodak a Nokia fino ai network CBS, NBC e PBS e corrispondente da Boston per il pionieristico progetto di videopodcast Rocketboom. Garfield è autore del manuale “Get seen. Online video secrets to building your business” (Wiley), non ancora tradotto in Italia. Una bibbia di dos and dont’s che gli ha consentito di approdare anche alla CNN. “Ho deciso di aprire un videoblog nel 2004. Visto che un blog funzionava pensavo potesse valere lo stesso con le immagini”. La svolta per Steve ha a che fare con Obama e la campagna delle primarie. “In quei mesi ho pensato alla creazione di quello che definisco happenstance journalism, un hic et nunc della notizia filtrato dalla mia sensibilità autoriale. Sono andato in New Hampshire per captare momenti e umori e la CNN mi ha selezionato tramite la piattaforma iReport che raccoglie quanto inviato dagli utenti. Quando Obama arrivò a Boston lo mandai in diretta web con Qik, software gratuito che dal cellulare consente lo streaming”.

Certo, con le presidenziali sarà stato più semplice attirare l’attenzione. “Sì, ma non credo che oggi sia necessaria un’occasione speciale. Come dice Greg Verdino è il pubblico che pensa a diffondere i video. Indispensabile quindi costruire la propria comunità”. Come? “Gli spettatori non sono passivi, è bene usare i commenti per capire e creare una conversazione. E’ quanto mi è successo con Jimmy Fallon, videoblogger. Dalla critica è scaturita una reciproca crescita professionale”. E YouTube in tutto questo che ruolo gioca? “Non è detto che sia la piattaforma principale sulla quale fidelizzare i propri utenti. Justine Ezarik di iJustine, ad esempio, autrice di un reality blog su Justin.tv, non ne ha bisogno [avvantaggiata da un look da modella che nel 2010 l’ha fatta rientrare tra le “Hot 100” di Maxim, Ezarik è anche un’ esperta di Internet. Così riesce ad attrarre sia utenti intrigati dal suo aspetto che appassionati di web, ndr]”.

Se dovessi suggerire qualche segreto? “Siate autentici, provocatori, attenti alla notizia. Postate i video rapidamente e usate i social network per diffonderli”. E se un videoblogger volesse ottenere visibilità nei media tradizionali? “Essere sul pezzo quando tv e radio non riescono. Io lo faccio nel mio quartiere, ad esempio. Come citizen journalist cerco storie locali interessanti su scala nazionale”. Ma non si vive di soli video, bisogna monetizzare. Le tv che usano il materiale inviato dagli utenti, però, non pagano. Che fare allora? “Qualcuno deve chiederti di lavorare per lui, devi avere un contratto. E’ quanto è accaduto a Jeff Cutler, arruolato da EDRnet per un reportage sul disastro della British Petroleum. Con i committenti arrivano i soldi”. A latere esiste anche il mondo del business, per cui il videoblogger viene remunerato dalle aziende. Ma questa non è informazione da citizen journalist. Insomma, la strada del pagamento è tutta in salita. Ma la passione e l’attenzione del videoblogger su quanto accade intorno a lui, come è stato per Steve Garfield con Obama, contribuiscono alla svolta.


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