“Nichi e Rosy oggi sposi”, sostiene un cartello in fondo alla sala Bobbio della Festa democratica di Torino dove si tiene il dibattito tra Nichi Vendola e Rosy Bindi. Frase profetica? Difficile dirlo, ma le reazioni che i simpatizzanti hanno riservato al leader di Sinistra, ecologia e libertà lasciano intravvedere uno spiraglio. Un’ovazione di circa un minuto e mezzo ha accompagnato l’ingresso sul palco dei due col direttore de la Stampa Mario Calabresi, chiamato da subito a placare gli animi dei cinquemila presenti (secondo gli organizzatori).

I politici hanno messo in scena un teatrino fatto di intese e di rispetto reciproco, ma è Vendola a dare ritmo al gioco e raccogliere più applausi. La presidente del Pd si getta subito sulla crisi del governo, la legge elettorale e le primarie, mentre Vendola taglia corto e poi, come nota Calabresi, si butta sulla parte programmatica: “Oggi possiamo portare al capolinea il berlusconismo a condizione che animiamo una proposta che assuma programmaticamente il capovolgimento degli ingredienti fondamentali del berlusconismo. Va combattuto culturalmente”, e prende ad esempio l’umiliazione della dignità femminile e la precarietà.

“Mi pare che siamo in sintonia su ciò che ha detto Nichi”, replica Bindi che condivide le analisi precedenti. “Creare un’alternativa culturale e morale non sarà un’impresa semplice. Dobbiamo fare la fatica di stare insieme in una compagnia più larga e omogenea possibile senza litigare intorno a un programma condiviso. Io a volte vado più d’accordo con Vendola che con esponenti del mio partito”.

All’idea di una coalizione larga il leader di Sel risponde picche: “Il mio problema non è portare il centrosinistra in Parlamento, ma cambiare la storia”. Nell’ultimo governo Prodi “ognuno faceva gli interessi della propria bottega. Oggi non possiamo consentirci questo lusso”. Chiude ai vecchi compagni, Ferrero, Diliberto, Nencini e Bonelli, chiude alle alleanze minacciate dai veti, mentre persegue il bene comune. “Bisogna operare un dissequestro della politica che è stata molte volte sequestrata nei palazzi della politica. Le primarie vanno convocate subito”, dice mentre alcuni appartenenti alla “Fabbrica di Nichi”, una sessantina di giovani torinesi, espongono dei fogli con la scritta “Se non ora, quando?”.

“Ora voglio sapere la risposta di Nichi sull’Ulivo”, dice la presidente del Pd. “Io ho sessanta milioni di piante di ulivo in Puglia”, ironizza lui. “Non rovinare la risposta. Non ti dico quante ce ne sono in Toscana, poi ce n’è qualcuna anche al nord”. La Bindi vuole convincerlo della bontà del Nuovo Ulivo, vuole sapere se è disposto a costruirlo, “Non si fa senza di lui”.

Ma per Vendola la serata non finisce sul palco. Basta fare un giro, vedere la gente che aspetta la sua uscita dalla sala, seguirlo tra gli stand per vedere le reazioni dei simpatizzanti. Alcuni ragazzi del popolo viola gli chiedono un parere sulle contestazioni a Schifani: “Fa parte della democrazia”, risponde. Loro apprezzano e vanno per la loro strada. Nel corteo che lo segue c’è Paolo Hutter, politico torinese, ideatore del cartello: “Nichi e Rosy oggi sposi”: “Sono per Vendola, ma penso che il ticket dovrebbe vedere partecipare una donna e la Bindi è quella giusta”. Ai ragazzi della Fabbrica piace l’idea del ticket “Ne abbiamo discusso molto”. Un amalgama completa: un uomo e una donna, un meridionale e una settentrionale, un ex comunista e un’ex democristiana.

In diversi superano la barriera di body guards per stringergli la mano, altri restano in disparte ma gli urlano “Vai Nichi”, o “Nichi for president”. “In tutte queste sere alla Festa nessuno ha mai ottenuto tanto successo”, dice la cassiera del bar che sembra dar voce alla fredda reazione dei politici locali che Vendola ha incontrato sul tragitto: “Può scardinare i giochi”, dice con aria preoccupata.

di Andrea Gianbartolomei