È stato di tensione permanente fra Tripoli e Londra. Basta una data, per quanto simbolica come il primo anniversario del rilascio dell’attentatore di Lockerbie, per deporre la diplomazia e far incrorciare le spade a Cameron e Gheddafi. Era infatti esattamente il 20 agosto 2009 quando il ministro della giustizia del governo scozzese, guidato dal nazionalista Alex Salmond, decide nella sua autonomia di graziare Abdelbasset al-Megrahi. L’uomo di nazionalità libica, accusato di essere l’esecutore materiale dell’attentato aereo che nel 1988 ha ucciso 270 passeggeri, in gran parte statunitensi, sopra il cielo di Lockerbie, stava scontando una condanna a 27 anni di reclusione, ma è stato rilasciato per “ragioni di compassione”. I medici del carcere gli avevano infatti diagnosticato un cancro terminale alla prostata che minacciava di lasciargli non più di due mesi di vita. Rientrato in Libia come supposto morente, viene accolto come un trionfatore da Gheddafi in persona. Gli ultimi referti medici lo giudicano meno malconcio, assicurandogli un’aspettativa di vita che va da un minimo di due a un massimo di sette anni.

La tensione tra Gran Bretagna e Libia è salita di nuovo oggi, 20 agosto, confermando il profilo dello scontro a distanza. Questa mattina il governo di Londra ha diffidato formalmente Tripoli dal celebrare il primo anniversario del rilascio. David Cameron teme che un atto di spavalderia libica possa riaccendere le mai sopite polemiche a proposito dell’atto di clemenza, e risollevare le ire americane. Evento che si sta verificando proprio in queste ore. La Libia invece al momento sembra mantenere un basso profilo. “Le autorità ci hanno chiesto di rimanere in silenzio rispetto al primo anniversario del rilascio”, ha dichiarato il fratello dell’attentatore raggiunto dalla stampa britannica.

L’intrigo internazionale della vicenda Megrahi non coinvolge solo le sponde di Inghilterra e Libia, ma almeno altre due. Edimburgo e Washington sono stati giocatori attivi, per quanto oppostamente risoluti, di uno scontro che va avanti ormai da mesi. L’occasione che ha fatto esplodere la controversia è stata il recente viaggio di David Cameron negli Stati Uniti, seguito e preceduto da polemiche. Mentre Cameron incontrava Barack Obama quattro senatori americani hanno chiesto spiegazioni formali al primo ministro britannico sui reali motivi del rilascio. Come se non bastasse, forse perché esacerbati dalla catastrofe ambientale provocata dalla perdite di petrolio a largo del Golfo del Messico, i senatori hanno ipotizzato che la grazia a Megrahi potesse essere stata concessa piuttosto per un intervento di British Petroleom sul governo scozzese che dalle condizioni di salute del terrorista, rivelatesi poi non così drammatiche.

Nonostante le smentite imbarazzate di Cameron come anche del premier scozzese Alex Salmond e del suo ministro della giustizia Kenny MacAskill – questi ultimi veri responsabili della decisione di grazia – la tempistica del rilascio appare impressionanti. BP ha proprio nel 2009 stretto un accordo con le autorità libiche, tanto che il mese scorso ha annunciato l’inizio delle trivellazioni al largo del golfo della Sirte. Anche di fronte a questa “coincidenza” MacAskill e Salmond sono tornati a invocare le ragioni umanitarie del rilascio. A dar loro manforte – e a complicare con una traccia “romana” la già ingarbugliata situazione internazionale – è intervenuto perfino il capo della chiesa cattolica scozzese, il cardinale Keith O’Brien, che ha attaccato frontalmente la cultura americana della vendetta, contrapponendola alla virtù scozzese della carità.

Per tutte queste ragioni, nel pomeriggio di oggi Washington è tornata all’attacco. Un gruppo di senatori ha ribadito che la “nuvola del sospetto” non è affatto stata spazzata via. Per bocca di Robert Mendez, senatore democratico del New Jeresey, si è tornato a chiedere spiegazioni tanto a Londra che a Edimburgo su un certo numero di “importanti interrogativi” irrisolti a proposito del caso Megrahi. Giudicato evidentemente tutt’altro che chiuso.

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