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Politica & Palazzo | di Luca Telese | 17 agosto 2010

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Niente insulti: non se lo meritava Cossiga
Non ce lo meritiamo noi

Per carità di Dio, no: l’idiotismo insultatorio e becero su questo sito no. E nemmeno lo sciacallaggio da Curva sud in nome del quale si gioisce per la scomparsa del presunto avversario politico, lo si infanga, e si gode ad ingiuriarlo. Francesco Cossiga non meritava nulla di tutto questo, e soprattutto: noi non ce lo meritiamo. Proveremo a ricostruire domani, sul giornale di carta, la lunga, ricchissima, sfaccettata e spesso contraddittoria biografia politica del “presidente emerito”. Ma già a caldo si può provare a dare un giudizio storico, e non emotivo sulla sua figura.

Cossiga fu, nella prima Repubblica, un uomo legato alla fedeltà atlantica, il sottosegretario alla difesa che prese sulle sue spalle la responsabilità di Gladio. Era nato nel quadrilatero magico di Sassari, in quell’incrocio di vie che ha partorito due presidenti della repubblica, ministri, sottosegretari, leader politici, da Berlinguer a Pisanu, da Parisi a Segni.

Cossiga fu un uomo che stava da una parte del muro di Berlino, con tutto quello che questa scelta comportava: può piacere o meno, ma è la biografia di questo paese, la storia del mondo dopo il patto di Yalta. Fu poi il ministro dell’Interno della fermezza durante il sequestro Moro, con tutto quello che questo comportava (compreso i capelli, che come raccontava lui stesso, gli divennero bianchi in una notte sola). Fu il ministro dell’Interno della lotta al terrorismo, quello in carica il giorno della morte di Giorgiana Masi, con poliziotti in borghese (come il famoso agente Santone) infiltrato nei cortei. Lo raccontò lui stesso, anche molti anni dopo, con la spietatezza di cui poteva essere capace: ma dicendo la sua verità, anche quando questo comportava la rivelazione della strategia di infiltraggio. Era un uomo di potere, ma non era un uomo schiavo del potere. Infatti è stato uno dei pochi che applicò davvero l’istituto delle dimissioni lasciando il Viminale.

E’ stato anche uno dei pochi uomini politici che si poteva permettere di non stare da una parte. Si alleò sia con la sinistra che con Berlusconi senza risparmiare a nessuna delle due coalizioni – né prima né dopo – la sua vis polemica e il suo sarcasmo. Chiamava D’Alema “il più figo del bigoncio”, Veltroni “il gatto Felix”, e Prodi “il vindice” (per alludere ai suoi presunti poteri iettatori “non per se ma per gli altri”), faceva regali di Natale che erano messaggi politici, le mutandone di lana ad Athos De Luca, la scatola del Cluedo a Cordova. Arrivò a definire Berlusconi “l’anticristo” (il che non gli impedì di sostenerlo, in alcuni casi, e di vedere suo figlio Giuseppe eletto deputato del Pdl). E non si stancò mai di ripetere che bisognava risolverne il conflitto di interessi: “Non ho nulla contro i ricchi al potere, purché non usino i loro denari per conquistare il consenso”. Quando gli si ricordava che era di destra rispondeva beffardo: “Alle primarie ho fatto il tifo per il mio amico Vendola…”. Quando lo si accusava di civettare con la sinistra ribatteva: “Ho sostenuto il centro-trattino-sinistra per assolvere ad un compito storico, che era mettere fine alla conventio ad escludendum: ma piuttosto che votare Veltroni mi farei frate!”. C’era del vero in tutto questo. Cossiga rappresentava il massimo della contraddittorietà, ma anche il massimo della linearità: sosteneva che l’incoerenza dei tempi non poteva pretendere la coerenza di Cossiga. Gli piaceva definirsi “un fool scespiriano, come quei matti finiti che finiscono per dire sempre la verità”.

Tutte queste scelte, con i giudizi che comportano, non possono offuscare quello che Cossiga fece da inquilino del Quirinale (e dopo) una volta caduto il muro di Berlino. Picconò la prima repubblica, cavalcò l’onda di emotività di Tangentopoli (fino a sostenere Di Pietro!) rottamò politicamente (e polemicamente) il pentapartito e il suo stesso partito (la Democrazia Cristiana). Nel 1999, fondando un partito politico, l’Udr, permise la nascita del governo D’Alema, portando – come ricordava con orgoglio prima, e con pentimento poi – “un ex comunista a Palazzo Chigi”.

Cercò quasi ossessivamente la riconciliazione con i suoi ex nemici degli anni di piombo, a partire dagli ex brigatisti. Raccontò la sua verità sulle stragi. Verità che a molti sembrarono sgradevoli o inaccettabili. Ma erano verità, come nel caso di Ustica, che, segnavano una frattura di Cossiga con la sua stessa storia. Dire, come fece lui che “il Dc9 era stato abbattuto dai francesi nel tentativo di accoppare Gheddafi”, voleva dire mettersi contro un pezzo della sua stessa biografia, contro quel vincolo di fedeltà atlantica che lui considerava una reliquia del passato, e che molti ancora oggi considerano una omertà dovuta. Non ebbe remore a farlo, e l’ultimo a rimproverarglielo, proprio in questi termini, fu Edward Luttvak: “Un ex premier non può mai rivelare i segreti che ha appreso nel suo mandato”. Lui lo fece perché era così: colto, imprevedibile, umorale, “domenicano” nella concezione dei rapporti di forza, anarchico nello spirito. Ha voluto intitolare il suo ultimo libro, il suo testamento politico “Fotti il potere”. L’ultima beffa, insieme a quelle quattro lettere sigillate che terranno sveglio qualcuno, almeno per questa notte.

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