“Domani lo faccio a pezzi”. Mercoledì 5 novembre 1997, alla vigilia della sua audizione alla commissione stragi, Francesco Cossiga telefona a Giovanni Pellegrino (presidente della commissione) e gli manifesta, senza giri di parole, le sue intenzioni nei confronti di Giuseppe De Lutiis, storico e consulente di Pellegrino dal 1994 al 2001. Qual è il motivo di tanto livore? De Lutiis è l’autore di “Storia dei servizi segreti in Italia”, un testo che ripercorre gli interventi – spesso oscuri – dei Servizi nei momenti più delicati della storia repubblicana. Un libro in cui il presidente emerito della Repubblica viene più volte citato. “Quel giorno”, racconta De Lutiis, “Cossiga si presentò con il mio libro sottobraccio, e almeno una cinquantina di fogli di appunti inseriti tra le pagine. Appena seduto, tentò di aprire il libro, ma fu subito interrotto da Pellegrino, che per tutta la mattina lo incalzò senza lasciargli il tempo di intavolare quel discorso”. In un momento di pausa dei lavori, però, Cossiga si trovò quasi faccia a faccia con De Lutiis. “Mi disse: ‘Qui solo io e lei conosciamo le cose. Questi non sanno un cazzo'”.

Perché il suo libro infastidiva così tanto Cossiga?

“Lui che conosceva scena e retroscena del caso Moro non poteva ignorare certi incontri avvenuti a Parigi che tirano in ballo Cia e Kgb. Invece si è sempre ostinato a dichiarare che tutto era stato ideato e orchestrato dalle Brigate Rosse. Ma questo era solo un aspetto. Più in generale, il fatto che io avessi scritto una storia dei servizi segreti che metteva l’accento sulle cosiddette “deviazioni”, lo aveva convinto che il mio lavoro fosse dannoso perché lasciavo intendere che questa organizzazione tramasse contro lo Stato. Sicuramente considerava il libro “aggressivo” nei suoi confronti, ma ciò che più gli dava fastidio era che ne uscisse un’immagine negativa per i servizi segreti”.

Da questo punto di vista, insomma, un uomo di Stato.

“Questo non si può negare. Non esistono figure accostabili alla sua. Però non senza contraddizioni. Partiamo dal suo incarico istituzionale più importante. Ci sono due Cossiga alla presidenza della Repubblica. I primi quattro anni del suo settennato furono caratterizzati da una discrezione molto elevata. Molto più di altri presidenti, ad esempio Pertini. La svolta arrivò con gli anni ’90. In pochi mesi fece propria un’aggressività verbale che poco si addice a un capo di Stato”.

Una metamofosi repentina. Perché?

Probabilmente per la sua scelta di difendere la struttura Gladio nel momento in cui fu svelata. Cossiga voleva difenderla in modo talmente netto da cambiare per sempre il suo comportamento nei confronti degli eventi meno limpidi della nostra storia recente. Una spregiudicatezza che ha poi mantenuto fino ad oggi, in tutto il periodo successivo alla sua presidenza: esternazioni parziali e allusive su eventi che lui conosceva. Ma che non rivelava. Credo che in centinaia di dichiarazioni e interviste non abbia detto un cinquantesimo delle verità che conosceva. E comunque mai nulla di determinante per le inchieste. Credo che non abbia scelto la strada migliore per pacificare gli italiani e avviarli verso la terza Repubblica. Forse solo il silenzio di Giulio Andreotti è paragonabile al suo.

A differenza, di Andreotti, però, Cossiga non ha scelto la strada del silenzio, ma quella delle “mezze verità”.

“Ha avuto un comportamento tutto suo. La parola “riservato”, per lui, non è adatta. Meglio dire “ammiccante”. Eppure, ripeto, mai uno spunto che facesse fare progressi alle indagini. Molte affermazioni, addirittura, oltre che poco consone al suo grado, sono apparse anche imprecise. La sua versione sul caso Moro ha già perso terreno, e ancora ne perderà nei prossimi decennni”.

Oltre al caso Moro, che cosa rimprovera al Cossiga custode dei segreti di Stato?

“Nel 1969 si stava tardivamente svolgendo l’inchiesta sul caso Sifar (Servizio informazioni forze armate, i fatti risalgono al 1964) e Cossiga, sottosegretario alla Difesa, secretò tutti i documenti militari coperti da segreto, impedendo alla commissione di fare le opportune valutazioni sul coinvolgimento di Antonio Segni e del generale Giovanni De Lorenzo. Anche in questo caso, gli si può rimproverare la scarsa trasparenza”.

Non sono solo le esternazioni ad aver reso Cossiga poco istituzionale. Anche il tormentato rapporto con la magistratura ha avuto il suo peso.

“Sia pure in modo misurato, con i suoi rapporti “non proprio amichevoli” nei confronti dei magistrati ha anticipato i comportamenti dominanti dei governi degli ultimi 15 anni. Ne sanno qualcosa alcuni magistrati delle procure emiliane (Libero Mancuso) e venete (Felice Casson) che dovettero fronteggiare le reticenze e l’ostilità del presidente”.

Ruolo istituzionale e dichiarazioni in libertà. Una figura controversa.

“Tra le più controverse d’Europa. Solo Silvio Berlusconi, oggi, con i suoi comportamenti, fa emergere contraddizioni più evidenti di quelle che il presidente Cossiga ha evidenziato in cinquant’anni di carriera politica”.