Perché lo ha fatto? “A me dei soldi non me ne frega niente, e adesso mi sto cagando sotto, vivo nell’angoscia: sto male e non sono più in grado di parlare ancora di questa cosa”. Ripetiamo: perché lo ha fatto? Che cosa ci ha guadagnato? “Perché?! Perché è una cosa vera e pulita, sono pronto a confermarla davanti a chiunque”. Davide Russo ha 46 anni, da ieri si è barricato nella vecchia casa di famiglia, tra Fregene e Maccarese, tra la campagna e il mare, perché – anche se può sembrare difficile da credere – aveva sottovalutato, così sostiene ora, la portata delle dichiarazioni rilasciate al Giornale.

Riavvolgiamo il nastro. Dal mobilificio romano in cui lavorava, Castellucci Arredamenti – “grandi marche” al chilometro 13 dell’Aurelia – è partito l’ordine per una cucina della Scavolini di Pesaro, comprata da Elisabetta Tulliani, che sarebbe stata destinata, giura il Giornale, all’ormai famosa abitazione di Montecarlo. Quella in cui abita Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, “cognato del presidente Fini”, come era solito presentarsi, ad esempio quando doveva ottenere un lavoro come produttore tv in Rai. Tutto finisce al centro dell’inchiesta del Giornale, un esposto è stato presentato alla procura di Roma da “camerati” de La Destra di Francesco Storace, ex colonnello di Fini.

“Adesso sto malissimo, sono un vero cretino, se tornassi indietro non so se lo rifarei. Dipende da come finirà questa storia”, ripete più volte, davanti alla porta di casa, al Fatto. É la vigilia di Ferragosto, il sole batte su Fregene, ma una brezza insistente solleva la polvere della trazzera di campagna. La voce di Russo è squillante, ma affannata, a tratti si può leggere chiaramente l’angoscia nelle sue parole. Giura di essere sincero, di essersi “immolato” contro la terza carica dello Stato solo per amor di verità; ma lo ha fatto sulla seconda pagina del Giornale della famiglia del più potente d’Italia, potrebbe ribattere l’avvocato del diavolo. Se Fini fosse il diavolo.

Le cose, stando alla sua versione, sono andate così: Russo lavorava da Castellucci, fino a tre giorni fa faceva il buyer, cioè la mediazione tra fornitori e negozio, decideva quali mobili vendere nel negozio. “Come altre 70, 80 persone”; sapeva che Fini e la Tulliani frequentavano il negozio: “Proprio così, almeno altre 80 persone sarebbero in grado di raccontare tutto quello che ho detto io”, per filo e per segno, e “ne ho parlato anche al Salone del Mobile, ma non mi avranno creduto, anzi lo so che non mi crede nessuno, ma è così”. Per raccontare tutto al Giornale ha deciso di dimettersi, di lasciare un lavoro sicuro: “Ero dipendente”, anche se cercando tracce on line, a partire dal sito della Castellucci Arredamenti (proprio da ieri chiusa per ferie fino a mercoledì prossimo), risulta essere “consulente”. Non poteva parlare, essendo sotto contratto, “dipendente”, come ripete lui, per “vincoli di privacy”, spiega. Nel suo racconto manca però il punto cruciale: quella cucina era diretta a Montecarlo? Russo non ha la certezza assoluta o almeno non può provarlo, ma si limita a ribadire quanto detto al Giornale: “Il titolare mi aveva chiesto di organizzare un trasporto per l’estero”. Ma poi non se ne sarebbe più occupato. È rimasto sorpreso, Russo, quando ieri mattina ha visto che il Giornale aveva anche la bolla di pagamento della cucina, che è arrivata da altre fonti al quotidiano diretto da Vittorio Feltri. Ma anche quella non chiarisce in modo definitivo il tragitto della cucina: “La Scavolini potrebbe averla mandata direttamente a Montecarlo, o averla mandata a Roma e poi da lì uno spedizioniere potrebbe averla portata là, io questo non sono in grado di dirlo”. Almeno per ora.

Informazioni, quelle di Russo, che in questa fase valgono molto. Politicamente e non solo. Lui lo sa, ma giura di non averci riflettuto prima e che “dei soldi non me ne frega niente”, che nessuno gli ha offerto ricompense o dato garanzie. Sa che a molti i modi delle sue esternazioni e, la rinuncia a uno stipendio sicuro “per amore della verità”, fanno pensare male.

È consapevole anche che il fatto che sua moglie abbia una ditta che fa consulenza nel settore del mobile, MobilPro, e che ha rapporti anche con riviste di arredamento, potrebbe legittimare qualche dubbio di contratti futuri, consulenze dorate che potrebbero remunerare in tempi non sospetti le rivelazioni di oggi: “Ma sta scherzando? Adesso cambieremo anche nome alla società, che poi è una ditta individuale di mia moglie, un’aziendina da mille lire, e se qualcuno mi accusa di aver avuto qualcosa in cambio non posso neanche minacciare di querelarlo, perché non so neppure come si fa una querela”.

Insomma, cosa farà Davide Russo da domani? “Quel che certo è che mi aspetta una vita di merda, ma non lo so, non ne ho proprio idea, so solo che sto vivendo nell’angoscia, con la gente come voi che ora mi viene anche a cercare… immagini come mi sento con personaggi di quel livello (si riferisce ai “finiani”, ndr) che smentiscono quella che io so essere la verità”, sostiene interrompendo poi le parole, come per riflettere, per guadagnare secondi e riordinare le idee. Ma non chiarisce se sarà davvero disoccupato. In famiglia resta solo il reddito della moglie: con una società, la MobilPro, appunto, nata da pochi mesi, dopo che si licenziò anche lei dalla Castellucci, così dice, nel dicembre scorso, “per stare vicino all’anziana madre”; così, si è data alla consulenza per le aziende di settore (Castellucci incluso) con la sua MobilPro.

Ultima suggestione, un’ossesione antifiniana, una sorta di gesto alla Tartaglia più “raffinato”, con il Giornale brandito nelle mani come il modellino del Duomo, per dar sfogo ad un furore ideologico? “Non ho tessere di partito e se tornassi indietro non so se lo rifarei, dipende da come finirà questa vicenda. Di certo sono pronto a riferire quello che ho detto al Giornale in tutte le sedi in cui sarà necessario farlo, davanti a chiunque, perché è una cosa vera e pulita”. Intanto, il vento della vigilia di Ferragosto ha depositato un bel po’ di polvere sul Suv nero parcheggiato davanti alla casa.

Di Giampiero Calapà e Stefano Feltri

Da Il Fatto Quotidiano del 15 agosto 2010