Avendo perso da tempo qualsiasi capacità di esercitare iniziative autonome, tranne quella di offrire, come se fosse nella sua disponibilità, la carica di presidente del Consiglio un po’ a Tremonti un po’ a Casini, il Partito democratico si espone stancamente e mollemente alla prospettiva di elezioni anticipate.

Naturalmente, fa totale affidamento sul presidente della Repubblica affinché lo scioglimento anticipato del Parlamento non sia immediato, ma contempli una fase di governo tecnico, affidato a non si sa chi, affinché si faccia una nuova legge elettorale, non è chiaro con quale maggioranza se i berlusconiani vi si opporranno, non soltanto perché traggono notevoli vantaggi dalla legge vigente, ma anche perché questa legge produce conseguenze non positive per l’eventuale “Terzo Pollo”. Peraltro, non è affatto necessario che si formi un governo tecnico per fare una nuova legge elettorale. Sarebbe sufficiente che tutti gli oppositori, compresi i finiani, si mettessero d’accordo su un testo breve e semplice, formulassero un disegno di legge e ne imponessero la discussione parlamentare. Il bluff dei berlusconiani verrebbe chiamato e l’eventuale crisi si aprirebbe, come sarebbe del tutto opportuno, in Parlamento e il molto eventuale governo tecnico avrebbe un mandato chiaro.

Mobilitazione dei dirigenti
Gli inguaribili ottimisti pensano che un grande (sic) Partito democratico (sic) avrebbe già dato inizio a una seria mobilitazione dei suoi dirigenti, mandato in spiaggia (come sta facendo Casini), e non al largo in barca, tutti i suoi attivisti (sic), se ancora esistono e non sono troppo depressi, a spiegare le origini e lo svolgimento della crisi, nonché il chiarissimo fallimento del Popolo della libertá come partito e la sua inadeguatezza come governo. Un grande partito, non si limita a dire che il successo della Lega deriva dal suo essere radicata sul territorio, ma cerca di collocarsi con donne, uomini e idee proprio su quel territorio, battendolo palmo a palmo. Un grande partito formula rapidamente alcune, poche e limpide, idee-forza e le lancia anche sui quotidiani di Ferragosto. Se non riesce a fare nulla di questo, comincia a condannarsi all’irrilevanza pur conservando abbastanza voti da garantire la rielezione di tutti i suoi dirigenti. Dovrebbe, però, interrogarsi sulle ragioni dei suoi ritardi e della sua inadeguatezza, a cominciare dal fatto che parlamentari paracadutati e cooptati non hanno nessun interesse personale a investire tempo ed energie in attività che producono pochissimi risultati. Potrebbe anche andare a vedere se i programmi delle Feste del partito (dell’Unità) contemplano eventi che non siano soltanto passerelle per dirigenti e dirigentini locali, il meno conflittuali e il più spettacolari possibili, ma siano luoghi di confronto politico anche con gli elettori che stanno a metà fra la rassegnazione e l’incazzatura. Non da ultimo, dal momento che gli sfidanti, Vendola e Chiamparino, stanno scendendo in campo, si potrebbe evitare di esorcizzarli accogliendoli con lo strumento statutario previsto: le primarie.

Sarebbe persino troppo bello se il Pd volesse utilizzare le primarie anche per la selezione dei suoi candidati al Parlamento, abbandonando il metodo Veltroni dello stillicidio di stampo quasi-velinistico: generali, prefetti, industriali, ricercatrici universitarie che non fanno in nessun modo un gruppo parlamentare competente e attrezzato. Le primarie per i candidati al Parlamento potrebbero essere indette in maniera selettiva, ovvero ogni qualvolta vi siano abbastanza elettori che ritengano che il parlamentare in carica ha fatto poco e male il suo lavoro. Invece, dentro il Pd è cresciuta l’intolleranza per le primarie, che servono a scegliere, non i segretari di partito, ma i candidati a cariche elettive, come se fossero loro, le primarie, le responsabili della inadeguata qualità della politica del partito, di non pochi dirigenti la cui ascesa, peraltro, è dovuta al metodo burocratico costantemente applicato dentro un partito assistenziale, vale a dire che offre e garantisce “assistenza” anche a chi commette gravi errori, come, per esempio, ai dirigenti responsabili del “caso Bologna”, dal 1999 ad oggi.

Natura delle consultazioni
Le primarie non sono un totem. C’entrano pochissimo con i gazebo e ancora meno con i porticcioli. Sono lo strumento attraverso il quale un partito serio (sic) e rappresentativo (ri-sic) comunica con i suoi iscritti, i suoi ostinati elettori, i suoi potenziali elettori e, udite udite, i suoi oppositori nella leggendaria società, quand’anche non troppo civile. Nella campagna per le primarie, ovviamente aperte, che non significa “sregolate” e neppure “orientabili”, non soltanto i candidati formulano idee e proposte, ma si fanno vedere in carne e ossa dai cittadini, interagiscono con loro, magari li ascoltano, si confrontano esibendo le loro personalità e le loro qualità. In quanto organizzazione, il Partito democratico ha raggiunto, ingoiando i suoi non incolpevoli vicini, il massimo dei voti grazie all’incompiuta vocazione maggioritaria di veltroniana ispirazione. Avere la vocazione maggioritaria per collocarsi all’opposizione immagino che sia frustrante (anche se non vedo frustrazione sui volti di Bersani e Fassino, Veltroni e D’Alema e neppure di Rutelli), ma sono più preoccupato dai sentimenti dell’elettorato di centrosinistra e dalle loro condizioni di vita che non potranno mai migliorare con nessun governo di centrodestra.

Allora, mi parrebbe proprio il caso, per andare sul politichese classico, che Vendola e Chiamparino, più tutti gli altri che lo vorranno (Casini compreso), vengano effettivamente e concretamente considerati “risorse” e accolti a braccia aperte nelle primarie, e che il Partito nel suo insieme si metta “in gioco” senza tutelare nessuna posizione precostituita. Peggio di come è adesso non potrà andare. Il rischio è che vada molto meglio, ma in maniera non controllata e non orientabile. Suggerisco di correre il rischio.

di Gianfranco Pasquino

da Il Fatto Quotidiano del 12 agosto 2010