Come ogni ministro della Pubblica Istruzione che si rispetti, anche Mariastella Gelmini ha presentato il suo disegno di riforma universitaria. Mentre il testo del progetto di legge viene approvato dal Senato (ora andrà alla Camera), il dibattito ferve sulla stampa nazionale. Di cosa discutono e cosa propongono i professori italiani?

Effetti collaterali della meritocrazia
I temi “alti” e ufficiali son da tempo gli stessi: reclutamento dei docenti, loro promozione, riconoscimento e premio del merito. Ossia, come far lievitare il mediamente basso livello didattico e scientifico dell’università italiana. I temi “bassi” e di retrobottega sono pure sempre gli stessi: se e dove trovare i fondi per ripristinare gli aumenti stipendiali a ricercatori e docenti, che fare con la massa di ricercatori assunti negli ultimi due decenni che chiedono o l’ennesima ope legis o, almeno, meccanismi di promozione interna, come ridurre il costo del personale “anziano” al fine di permettere l’accesso di “giovani esterni” alla carriera accademica, che fare della nuova creazione, l’Anvur (Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca).

La contraddizione è palese: mentre si discetta di meritocrazia e competizione con il resto del mondo, ci si tira per i capelli attorno all’idea di pensionare tutti coloro che hanno almeno 65 anni per creare spazio ai “giovani” o di riservare due terzi dei nuovi posti da ordinario a chi nell’università già c’è e chiede la promozione ope legis. È troppo facile prevedere che, da tale impostazione, scaturirà l’ennesima finta riforma: sancirà l’esistente per mezzo di acrobazie legislative, mimerà la meritocrazia mantenendo le locali baronie a mezzo di ghirigori procedurali.

Tale pessimismo sulle prospettive concrete deriva dalla seguente osservazione: nonostante tutti si riempiano la bocca con la parola “meritocrazia”, pochissimi sembrano accettarne una banale caratteristica. Un sistema meritocratico genera pochi eccellenti e parecchi mediocri o pessimi, distribuendo la maggioranza delle persone fra questi due estremi. Pochi gradiscono quest’ultima posizione e nessuno si offre volontario per fare la parte del mediocre o del pessimo, il che spinge il sistema politico (ministri e loro consiglieri, burocrati ministeriali, parlamentari, sindacalisti) a disegnare riforme che, tenendo in debito conto la distribuzione di talenti in essere, eviti alla stragrande maggioranza di correre il rischio d’essere classificato pessimo, mediocre, o anche solo decente. E qui, appunto, casca l’asino: alterare in senso meritocratico i meccanismi di reclutamento, promozione e premio della docenza universitaria – determinando incentivi finalmente adeguati al ritorno di una dozzina circa di università italiane nei piani alti dell’accademica mondiale – richiede ignorare l’impatto contingente che tali alterazioni avrebbero sulla situazione in essere dell’università stessa.

Non c’è riforma senza un po’ di sconquasso
Detto altrimenti: la situazione italiana è talmente compromessa che non c’è riforma senza un minimo di sconquasso che distrugga rendite (alcuni le chiamano “diritti”) acquisite. Il che non vuol dire che sia bene massimizzare lo sconquasso, ma vuol dire che è molto male fare sempre tutto il possibile per evitarlo. Perché, così facendo, si producono ogni quattro o cinque anni ridicole riformine, una più bizantina, parziale, arzigogolata e compromissoria dell’altra. Il combinato disposto di questo procedere è la situazione che abbiamo oggi di fronte: l’università italiana, nel suo complesso, decade non per mancanza di riforme ma per eccesso di riforme teoricamente ambiziose ma disegnate, alla fine, per soddisfare interessi di retrobottega. La presente non fa eccezione a questa triste regola: il legislatore sovrappone agli incentivi (l’avviamento dell’Anvur, della cui efficacia evidentemente non si fida) norme che dovrebbero obbligare a comportamenti virtuosi (concorsi basati su barocche e fantasiose procedure), mentre cerca, nel retrobottega, di rendere il tutto compatibile con un non aumento delle risorse disponibili e una pressione interna al sistema universitario di “premiare” chi è già dentro. Paola Potestio e Aldo Rustichini illustrano i paradossi di questo disegno di legge in un loro articolo su noisefromamerika.org, al testo del quale, e all’interessante dibattito che lo segue, preferisco rimandare gli interessati concentrandomi qui sulla questione di fondo che mi preoccupa.

Sognando la California (e i suoi atenei)
Un sistema universitario meritocratico è impossibile se non se ne accettano alcune, banali ma fondamentali, implicazioni. Per illustrarle utilizzerò come esempio la California: uno Stato più ricco dell’Italia ma altrimenti comparabile, nel quale l’affluenza universitaria, superiore alla nostra, è quasi completamente soddisfatta dall’università pubblica. Anche mantenendo costanti la disciplina, la qualifica e il gruppo d’età, le differenze salariali fra i professori eccellenti e quelli all’estremo opposto, per ora di insegnamento effettivo, sono dell’ordine di 1 a 10.

Non tutte le università sono nate uguali, né crescono uguali, né hanno gli stessi criteri di ammissione degli studenti, né le medesime procedure di reclutamento, né ricevono (per studente) gli stessi trasferimenti statali, né, infine, si impone per via legislativa che i titoli di studio abbiano tutti lo stesso valore. Esiste UC Berkeley ed esiste Cal State San Marcos: sono due cose diverse, ognuna ottima a fare il proprio lavoro, solo che non è lo stesso lavoro. Ogni università gode di sostanziale autonomia sia nel reclutamento, sia nel curriculum, che nell’ammissione degli studenti, che (dentro limiti stabiliti a livello statale) nelle tasse universitarie che richiede ai propri studenti di pagare. E ogni università compete, normalmente nella propria “serie” ma non necessariamente, per ottenere fondi di ricerca statali, federali e privati, su basi puramente e strettamente meritocratiche. Ogni università, sia essa UCLA o Santa Monica College, ha un proprio consiglio d’amministrazione che rappresenta i vari gruppi sociali ed economici che nell’università in questione hanno interessi. Tale consiglio svolge un ruolo attivo nella gestione economica dell’istituzione, essendo il canale fondamentale attraverso cui società e istituzione universitaria comunicano. L’autorità statale svolge funzioni di indirizzo e, fondamentale, di controllo della qualità del “prodotto finale”, ma non interferisce né con i criteri di reclutamento e selezione, né con quelli di promozione dove attua, invece, da garante della trasparenza ed equità nelle procedure.
Ecco, se queste banali implicazioni della meritocrazia applicata all’università venissero discusse pubblicamente e accettate per quel che sono (assolutamente necessarie) forse si potrebbero fare dei passi avanti veri e non immaginari nel processo di riforma. Infatti, forse l’Anvur potrebbe finalmente avere un compito ben definito: cominciare a distinguere i dipartimenti e i professori fra quelli di serie A, serie B e serie C. Compito ingrato, ma necessario se si vuole introdurre una qualche forma di meritocrazia preservando, al tempo, la natura pubblica delle università italiane.

Il prezzo: l’insurrezione dei mediocri
Fare questo richiederebbe, sia da parte della maggioranza sia da parte dell’opposizione, elevare il dibattito a questo livello e farlo pubblicamente, accettando di pagare un ovvio e salato prezzo: l’insurrezione di coloro i quali, e sono tanti, oggi vivono di rendita e mediocrità all’interno dell’università italiana. Sarebbe un prezzo pesante, ma temporaneo perché, se le cose si fanno bene, alla fine del tunnel ci sono Berkeley, UCLA ed UCSD in Italia, il che farebbe molto bene alla stragrande maggioranza del paese.

Nessuno è così ingenuo da pensare che l’Italia possa diventare la California, universitariamente parlando, in un anno o due, ma può certamente farlo in due o tre lustri. Basterebbe volerlo.

di Michele BoldrinWashington University in St Louis

Da Il Fatto Quotidiano del 3 agosto 2010