“Credo sia prematuro un parallelo tra la nuova massoneria e la P2 di Gelli. Ma i protagonisti di questa nuova cricca sono più sfacciati”. Nel giorno del trentunesimo anniversario della morte di Giorgio Ambrosoli, il figlio Umberto prova a mettere a confronto le vicende dell’organizzazione segreta di Verdini e Carboni con quelle della Loggia massonica. Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca privata italiana di Michele Sindona, fu ucciso l’11 luglio 1979 per mano di un sicario mandato proprio dal banchiere siciliano, che è poi risultato tra gli iscritti alla P2. Per Umberto Ambrosoli, avvocato come il padre, è ancora presto per mettere sullo stesso piano le dolorose vicende di quegli anni e le nuove rivelazioni. “Anche se – aggiunge – pur con differenti modalità, i meccanismi per influenzare il potere restano gli stessi”.

Faccendieri, appalti, pressioni politiche sui giudici: sembra di essere tornati indietro di 30 anni.

“In realtà, nelle cronache di questi giorni, non noto nulla di particolarmente diverso da ciò che ho visto negli ultimi tre decenni. Forse in certi periodi il modo di fare finanza è stato più pacato, ora è tornato sfacciato. Ma non credo sia molto pertinente il parallelo che leggo sui giornali tra P2 e nuova cricca, o P3, come la chiamano alcuni giornalisti. Allora c’era una larga parte di poteri dello Stato che albergava nella P2. Intendiamoci, non voglio sminuire quello che è emerso finora, ma rispetto alla P2 di 30 anni fa, questo scandalo per ora è molto più circoscritto”.

Le dimissioni dell’ex presidente dell’Anm Antonio Martone, però, sono il segno di qualcosa che va oltre la politica.

“Certo, ma in questo caso le dimissioni sono semplicemente un atto corretto da parte di una persona che si deve difendere. Forse siamo poco abituati a vedere qualcuno che, invischiato in una vicenda poco chiara, si dimette spontaneamente”.

Trova analogie tra i meccanismi di pressione esercitati su suo padre e il modo intimidatorio di operare di questa nuova cricca?

“Premetto che conosco i fatti di questi ultimi giorni solo attraverso i giornali. Osservo invece, per quanto riguarda la vicenda che conosco meglio, cioè quella di mio padre, che è comunque sempre possibile opporsi alle pressioni. Un uomo può scegliere di non farsi condizionare dai tentativi di intimidazione. Si può reagire e andare avanti per la propria strada”.

Trentuno anni fa non si conosceva ancora la P2 di Licio Gelli. Crede che oggi la conoscenza di quella esperienza possa essere utile per bloccare nuovi tentativi di organizzazioni massoniche?

“La nostra società, purtroppo, non ama fare i conti con le esperienze passate per trarne insegnamento. Le modalità cambiano, ma i meccanismi rimangono gli stessi da decenni. Atti, faldoni, fascicoli relativi alla Loggia P2 potrebbero costituire ancora materiale di studio per quello che accade nel nostro Paese. Invece c’è la tendenza a cedere più alle emozioni del momento che alle riflessioni”.

Cambieranno le modalità, ma non le facce. Trent’anni dopo, buona parte dei protagonisti della nuova massoneria ha dei trascorsi nella P2 di Gelli.

“Con un pizzico di ironia posso dire: viva la coerenza. Evidentemente chi crede in un certo ideale lo coltiva nel tempo, nonostante tutto”.

In un’intervista al nostro giornale, Giuliano Turone, uno dei magistrati che nel 1981 scoprirono la Loggia, sostiene che oggi la P2 abbia recuperato terreno e si muova alla luce del sole.

“Probabilmente la considerazione di Turone, che è molto esperto, nasce dalla notizia di questi ultimi arresti. E’ vero che certi comportamenti sono più sfacciati. Continuo a pensare che la P2 di Gelli fosse più pericolosa e antidemocratica. Fatti i dovuti rapporti, però, penso che coloro che appartengono a questa nuova organizzazione agiscano senza temere la reazione della collettività. Come dessero per scontato il disinteresse della gente. Per me non è così, non è “tutto normale”. E per fortuna non sono il solo a pensarlo”.

Il “valore della legalità”, che suo padre ha rappresentato, è ancora rintracciabile nella politica e negli affari di oggi, anche alla luce di questa inchiesta?

“Chiunque, guardando i giornali di 30 anni fa, poteva porsi la stessa domanda di oggi. Già allora c’era la sensazione che il senso di legalità non fosse diffuso. Eppure, oggi come allora, ciascuno di noi può, nella sua attività, praticare questo valore attraverso il rispetto dei diritti altrui. E’ importante ricordare che ognuno di noi può agire secondo i propri convincimenti, senza farsi condizionare. Non penso solo alle persone che, come mio padre, hanno pagato con la vita la loro coerenza. Dietro a queste figure che divengono note ci sono sempre dei collaboratori, delle persone che hanno continuato e continuano quell’esperienza nel rispetto della legalità e dei propri convincimenti. Sono questi gli esempi da seguire, anche nella “melma cupa” nella quale a volte ci ritroviamo”.