Acea: la vera posta in gioco alle regionali del lazio.

Il gigantesco affare dell’Acea, l’azienda comunale romana della luce e dell’acqua, è come un missile a più stadi con tanti manovratori e un puntatore deciso e nascosto: Francesco Gaetano Caltagirone. Primo costruttore capitolino, azionista molto influente della società pubblica, anche se con appena il 7,5 per cento del capitale, editore del Messaggero, del Mattino di Napoli e di altri quotidiani in giro per l’Italia, e infine, faccenda per niente secondaria, suocero del leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, Caltagirone da tempo ha messo nel mirino il business Acea. Il primo stadio del missile è partito dopo le elezioni dell’aprile 2008 che hanno decretato il cambio della guardia in Campidoglio con l’affermazione di Gianni Alemanno (Pdl). L’ultimo è in fase di sganciamento ed è collegato alle elezioni regionali e alla lotta nel Lazio tra la candidata di centrodestra, Renata Polverini, e quella di centrosinistra, Emma Bonino.

NUOVA STRATEGIA.
Uno dei primi atti pesanti di politica economica del nuovo sindaco fu proprio l’affare Acea e le decisioni prese a riguardo furono così radicali da assumere l’aspetto di un ribaltone. Non solo per i vertici, con l’allontanamento di Andrea Mangoni, l’amministratore delegato voluto dal sindaco precedente, Walter Veltroni, sostituito con Marco Staderini, ex amministratore Rai, ex numero uno di Lottomatica, e noto come esponente della cerchia più ristretta dei fedeli di Casini. Ma soprattutto per la sostanza delle cose. Fino a quel momento la strategia dell’Acea si basava su quella che in gergo chiamavano la “chiusura del ciclo” e cioè l’integrazione tra l’attività idrica, quella elettrica e quella auspicabile del gas. Con l’ingresso in quest’ultimo settore l’azienda romana controllata per il 51 per cento dal comune avrebbe acquisito “la massa critica necessaria per massimizzare efficienza e competitività a livello nazionale”, com’era scritto nel sito ufficiale, così da poter competere da pari a pari con i grandi del settore italiano dei servizi, dalla bolognese Hera alla lombarda A2A a Iride-Enia. A portata di mano di Acea c’era un’azienda acquistabile, la Romana Gas, controllata da Italgas e quindi dall’Eni, disposto a cedere l’asset capitolino dopo aver deciso di espandere per motivi di Antitrust la sua sfera di influenza in Belgio acquistando Distrigas. Il venditore di Distrigas non era uno qualsiasi, ma Gaz de France (Gdf)-Suez che con poco meno del 10 per cento è l’altro azionista di minoranza come Caltagirone proprio dell’azienda comunale.

I FRANCESI.
In pratica tra Eni e Gdf ci sarebbe stato uno scambio e il risultato finale avrebbe consentito ad Acea di “valorizzare il cliente e ridurre i costi di gestione”. Non era un’idea peregrina dal punto di vista della politica industriale, anzi, ma dal punto di vista della nuova maggioranza capitolina e soprattutto di Caltagirone, che quella maggioranza aveva contribuito a far vincere anche tramite l’impegno del genero Casini, l’operazione era viziata da un difetto grosso come una casa. Grazie allo scambio con Eni, Gaz de France presumibilmente avrebbe accresciuto la sua quota azionaria in Acea e di conseguenza sarebbe sceso il peso specifico dello stesso Caltagirone. Ovvio che l’operazione gas andasse fermata e infatti è stata uccisa in culla.

VENDITA FORZATA.
Nel frattempo è partito il secondo stadio del missile. Alla fine dell’anno il Parlamento ha approvato il decreto del governo su cui al Senato è stata posta addirittura la fiducia, finito sui giornali come la “privatizzazione dell’acqua”, un testo che impone alle società pubbliche di servizi come l’Acea di cedere la maggioranza scendendo sotto il 40 per cento entro giugno 2013 e addirittura sotto il 30 entro la fine del 2015. Per Caltagirone quel testo è una manna perché per un acquirente comprare da un venditore costretto a cedere addirittura per legge è come il gatto che gioca con il topo. Se poi quel venditore è ben disposto per via di aderenze politico-parentali, tanto meglio. Per il grande costruttore romano l’affare Acea diventa sempre più invitante non tanto per la gestione dell’acqua, settore che richiede investimenti massicci e assicura ritorni economici soddisfacenti in tempi generalmente lunghi. Ma per altri due aspetti: la vendita di elettricità, business che invece è ad alto rendimento immediato, e gli appalti per la manutenzione della rete elettrica e gli acquedotti dove, com’è facile capire , Caltagirone gioca in casa.

SOGNANDO RENATA.
L’ultimo stadio del missile Acea è in fase di sganciamento proprio in questi giorni di campagna elettorale. Per Emma Bonino la faccenda è semplice: sull’Acea non ha cambiali da pagare a nessuno e quindi le viene facile sostenere che l’azienda capitolina non va privatizzata. Per la Polverini e il sindaco Alemanno, invece, la questione sta diventando molto scivolosa. Come candidata che si autodefinisce sindacal-popolare, all’ex sindacalista dell’Ugl verrebbe spontaneo mettersi di traverso, ma non osa perché per vincere non può fare a meno di Casini. Che per proprietà transitiva vuol dire Caltagirone.


L’immobiliarista ed editore Francesco Gaetano Caltagirone (foto Ansa)

da Il Fatto Quotidiano del 9 febbraio 2010