“Non ci dà una mano”, il testo in mano agli investigatori. Ora si cerca di capire il constesto e le richieste a Tarantini

di Antonio Massari

“Non ci dà una mano”. Una frase captata a distanza dagli investigatori, a Roma, per strada, dopo l’incontro tra Gianpi Tarantini e un imprenditore pugliese molto vicino al Pd. La frase – che il Fatto Quotidiano può rivelare nel contenuto, ma non nel tenore letterale – ha impresso una direzione particolare alle indagini della procura di Bari. Quale aiuto avrebbe potuto offrire, Tarantini, a questo imprenditore? Perchè Tarantini avrebbe dissentito? Si parlava d’affari? O dell’inchiesta sulle escort? In altre parole: qualcuno, legato al Pd, chiedeva – magari per proprio conto, senza il coinvolgimento dei maggiorenti del partito – un aiuto per colpire Berlusconi, ormai coinvolto nello scandalo Tarantini? E soprattutto – se diamo per buona l’ipotesi – il dialogo avviene prima, o dopo che il caso D’Addario diventa di dominio pubblico?

Su tutto questo, la procura di Bari, sta indagando da tempo. E la risposta a queste domande delinea diversi scenari che proviamo a elencare.
Primo. Che l’aiuto richiesto non avesse un significato politico.
Secondo. Che la bomba D’Addario fosse nota a qualcuno, prima dello scoop del Corriere, e che qualcuno intendesse indirizzarla a fini politici.
Terzo. Che – al contrario – la bomba fosse già esplosa e qualcuno, legato al Pd, chiedesse a Tarantini di non omettere nulla, sì, ma non soltanto per fini di giustizia.
Quarto. Considerato che Tarantini aveva rapporti anche con il Pd, che l’aiuto richiesto fosse quello di “coprire” il centrosinistra, al di là delle vicende legate a Berlusconi.

Nessuno di questi punti riesce a integrare lo scenario d’un complotto ordito a monte, con la D’Addario che entra a Palazzo Grazioli, su “mandato”, per incastrare Berlusconi.

L’interlocutore di Tarantini, infatti, dichiara che l’aiuto non sarà dato. Se qualcuno vicino al Pd, però, avesse inteso sfruttare la situazione giudiziaria, condizionando un indagato, per fini politici, saremmo dinanzi a un fatto grave.

La procura indaga provando a ricostruire il puzzle, frammento dopo frammento, incluso quello essenziale: i conti in banca della D’Addario.

Si vuole comprendere se qualcuno l’ha “premiata” – in modo illecito – per lo scandalo generato dalla sua vicenda. Siamo lontani, quindi, dalla tesi del complotto ordito da ambienti politici, giudiziari e giornalistici, evocata da Panorama e smentita dalla procura. Tesi che si scontra con alcune riflessioni logiche.

Primo. Se Patrizia D’Addario aveva ricevuto il mandato di incastrare Berlusconi, perchè non ne approfitta durante la sua prima occasione, nell’ottobre 2008? È il Corriere della Sera, in un articolo del 21 giugno 2009, a spiegare che in quell’occasione, la donna barese, rifiutò di restare con il premier: perchè– per un’operazione così delicata – rischiare di non essere invitata mai più?

Secondo. Il 14 giugno – mentre l’inchiesta è in corso e prima dello scoop del CorriereMassimo D’Alema, intevistato da Lucia Annunziata, preannuncia “scosse” e chiede all’opposizione di “assumersi la responsabilità” per contrastare un Berlusconi incapace d’accettare il proprio “declino politico”. Dell’inchiesta in corso sono al corrente in parecchi. Inclusi indagati e avvocati. Se davvero D’Alema (che ha sempre negato) si riferiva allo scandalo escort, potrebbe averlo saputo in molti modi, senza scomodare i magistrati. Per esempio: sarà lo stesso Tarantini a dichiarare, a il Giornale, di conoscere D’Alema e imprenditori a lui vicini, come Roberto De Santis che – dice – non gli rivolge più la parola.

Terzo. Il ministro Raffaele Fitto dichiara poche ore dopo: “A quali informazioni, inaccessibili ai comuni mortali, ha avuto accesso d’Alema?”. In molti – ma Fitto negherà – leggono il messaggio come la rivelazione – da parte di d’Alema prima, e del ministro poi – dell’esistenza di un’inchiesta che tocca Berlusconi. Fitto sapeva? Impossibile dirlo. Ma un fatto è certo: conosceva Tarantini, con il quale, la procura di Bari, scopre centinaia di contatti telefonici.

Quarto. La fuga di notizie danneggia le indagini, pur indebolendo il premier, e il principale indagato, Tarantini, viene difeso dagli avvocati Nicola Quaranta e Nico d’Ascola. Quest’ultimo è molto vicino al difensore di Berlusconi, Niccolò Ghedini, segno che l’indagato è stato “blindato” da una difesa vicina al premier. Strano, per uno che gli avrebbe presentato la D’Addario, protagonista d’un complotto, e che, se decidesse di “dare una mano” al centrosinistra, potrebbe distruggere la reputazione di Berlusconi, rivelando dettagli, sempre che esistano, per lui particolarmente rovinosi.

Da il Fatto Quotidiano del 31 gennaio