"Mio nonno era proprietario di una cava di pietre, ma con undici figli. Così la mia famiglia ha conosciuto alterne fortune. Il benessere, l’ascesa sociale, le zie che studiano il pianoforte. E poi la crisi. Quando arrivo io, siamo una famiglia povera: ho il ricordo di un’infanzia bella e felice, ma con le pezze al culo".

Per uno come Nichi Vendola, che si autodefinisce un "portatore di storie", l’autobiografia inizia prima della nascita, nella Terlizzi dei braccianti e delle reminiscenze di Di Vittorio.

"Mio padre, partito per la guerra e fascista convinto, come tanti figli del popolo durante il ventennio, tornò comunista. Ho vissuto la sua storia come il mio romanzo di formazione, un racconto alla Márquez popolato di personaggi e sogni".

Nichi, che poi sta per Nikita Kruscev nasce nel 1958, a un passo da Bari. In casa sua due foto: quella del segretario del Pcus (che il padre ammira come simbolo della destalinizzazione) e quella del patrono San Nicola. Racconta di aver scoperto la povertà accompagnando il padre postino, a consegnare le pensioni di anzianità ai vecchi contadini.
Viene educato a un calvinismo assoluto – sobrietà, distanza dal denaro – che, "Quando diventa grande finisce per legarsi automaticamente all’austerità berlingueriana".

La politica per Nichi sono comizi ascoltati nella piazza di Terlizzi, e certi vezzi borghesi come il padre e lo zio che partono in macchina verso Bari per andare a vedere Il Vangelo secondo Matteo, di Pasolini: un lusso borghese.
Proprio su Pasolini, Nichi ci fa la tesi di laurea dopo essersi iscritto alla Fgci a 14 anni, e aver fatto tutti i lavori per mantenersi all’università, dal cameriere al correttore di bozze. Alla De Donato lo pagano in libri: "Quando riuscii a comprarmi le opere complete di Pavese e Brecht mi sentii un uomo ricco".

Vendola trova un padre spirituale in don Tonino Bello, vescovo di Molfetta. E’ un cattolicesimo conciliare il suo, tutto dalla parte degli ultimi, con in mente la teologia della liberazione declinata insieme con il meridionalismo, e la lezione di Giovanni XXIII.
Ma la vera scuola è il Pci. Anni di piombo a Bari, dove i fascisti uccidono un amico invalido, Benedetto Petrone. E anni Ottanta a Roma alla Fgci nazionale, dove Nichi – radicale, ingraiano, primo omosessuale nel comitato centrale del Pci – diventa un riferimento carismatico. Si trova una casa in periferia, a Cinecittà con un altro ragazzo pugliese (che si chiama Franco Giordano).

Lo stipendio del partito basta a malapena per campare. Ma Nichi finisce sui giornali perché in una assemblea pubblica prende più applausi del segretario, Alessandro Natta (il quale non solo non se ne dispiace, ma ne è contento). Non è solo un idillio. All’anima più puritana del Pci la sua omosessualità a volte appare sospetta: "Se uno di ‘questi’ mettesse una mano su un mio nipotino – dice un giorno Marisa Rodano in comitato centrale – dovrebbe vedersela con me".

Si riferisce a Nichi? Sull’episodio leggende discordi. La cosa certa è che nella grande famiglia comunista Vendola ci resta anche dopo aver lasciato l’organizzazione giovanile: da giornalista, nella Rinascita di Alberto Asor Rosa. Scrive soprattutto di ultimi: inchieste sui disabili, manicomi, nuove povertà.
Quando Occhetto va alla Bolognina è contro la Svolta, d’istinto: "Reagimmo. Non nel nome della nostalgia, anche se una parte del partito venne a noi in nome di questa. La verità – ha raccontato Vendola – è che fu un omicidio. Così io vissi la fine del Pci".

In Rifondazione è garaviniano, unitario, anti-settario. Inizia dirigendo Liberazione. Nella foto della fondazione del partito è l’unico giovane, con la zazzera e i capelli neri. Viene eletto alla Camera trionfalmente nel 1992, quando torna nella sua Terlizzi. Nello stesso anno se ne va a Sarajevo, a portare gli aiuti con la "piccola Onu di don Tonino". Una volta lo fermano a un posto di blocco, si piglia una coltellata: "Mi salvò una stecca di sigarette che avevo nascosto nel giubbotto. Un colpo di culo: frenò la corsa della lama". Nel 1993 arriva Fausto Bertinotti, Vendola ne diventa un beniamino. Si fa le ossa da parlamentare, poi da vicepresidente dell’antimafia.

Un giorno gli piazzano un pacco-bomba sotto un palco. Finisce sotto scorta. Nel 1994 vince nel suo collegio uninominale mentre l’Ulivo perde in tutta la Puglia. Nel 1998, nella crisi che porta alla caduta di Prodi è uno dei soli due deputati di Rifondazione che vota la fiducia al professore (contro il volere di Bertinotti) ma resta nel partito.
Scrive libri di poesie, una cantata per Carlo Giuliani dopo il G8 di Genova. La grande svolta nel 2005: si candida alle primarie in Puglia, sempre contro Boccia. Vince con il 51%, file per votare sotto la neve. E poi vince anche le elezioni, contro Fitto. Nell’estate del 2008, una nuova scissione.

Questa volta è lui a lasciare Rifondazione, dopo aver raccolto il 47% con la sua mozione: "Il mio comunismo non poteva diventare idolatrico, farsi dogma, rifiutare l’incontro con le altre storie". Con Claudio Fava fonda Sinistra e libertà: 3,3% alle europee, ma niente quorum. Quando si arriva alla vigilia delle regionali D’Alema gli chiede un passo indietro, per favorire un’alleanza con l’Udc: "Non ci penso nemmeno, facciamo le primarie", risponde. Il resto della storia è noto.Il verdetto che separa i sogni di Vendola dalla realtà è quello che i pugliesi infileranno nelle urne questa sera.

da il Fatto Quotidiano del 24 gennaio