Sicché avremo una via o un parco dedicati a Bettino Craxi; pare che lo abbia deciso Letizia Moratti, sindaco di Milano. E io vorrei provare a spiegarle perché si tratta di un’iniziativa proprio sbagliata.

Craxi è morto in Tunisia, dove era fuggito per sottrarsi a ordini di cattura, processi e condanne a pesanti pene detentive. In effetti Craxi è stato condannato per corruzione e finanziamento illecito dei partiti, che erano e sono tuttora reati. Lo stesso Craxi, che non ha voluto difendersi nei processi, ha però confessato le sue responsabilità: ha detto in Parlamento (era la sede giusta per un politico) che, era vero, aveva rubato e che, come lui, tutti avevano rubato. Se fosse stato davvero un grande statista, avrebbe affrontato i processi, sarebbe stato un collaboratore di giustizia, avrebbe contribuito in maniera decisiva al risanamento etico e giuridico della classe politica italiana; e, da lì, sarebbe partita una stagione di prosperità e rigore che lo avrebbe potuto vedere protagonista, ruolo a cui il suo “pentimento” (mai come in questo caso questa parola sarebbe stata adoperata legittimamente) gli avrebbe dato piena legittimazione. Invece è fuggito ed ha vissuto i suoi ultimi anni in latitanza, eludendo le leggi del suo Paese. Non è stata persona di cui essere orgogliosi.

Allora perché? Io credo che la ragione stia, ancora una volta, nella miopia della classe politica, nella sua incapacità di identificare correttamente il proprio ruolo. E provo a spiegarmi con un esempio.
Qualche anno fa, quando facevo il Procuratore della Repubblica, mi occupai delle indagini del cosiddetto processo Telekom Serbia. A un certo punto fu necessario interrogare l’onorevole Italo Bocchino. Lo citai come persona informata sui fatti, come testimone; e quindi ci incontrammo in Roma, dove mi recai apposta per sentirlo. L’onorevole Bocchino appariva seccato e perplesso. Mi disse che intendeva, prima di rispondere alle mie domande, conferire con il Presidente della Camera. Obbiettai che questa sua richiesta non era prevista dal codice di procedura penale e che non esistevano norme che attribuissero ai parlamentari un privilegio del genere. Alla fine lo invitai, fermamente, a testimoniare; cosa che lui fece.

Ora, perché l’onorevole Bocchino mi rivolse (con insistenza) questa richiesta? Io sono convinto che egli non intendesse sottrarsi alla testimonianza e nemmeno concertarla con altri. D’altra parte, egli era persona abile e intelligente e conosceva benissimo sia l’argomento su cui lo interrogavo sia le risposte che avrebbe dovuto fornire; e, probabilmente, quelle che era disposto a fornire. Io credo che, all’origine di questo suo atteggiamento, ci fosse l’intenzione di affermare un supposto primato del parlamentare nei confronti del magistrato, uno status che lo differenziava da ogni altro cittadino, una piccola vittoria nella lunga battaglia (che tale non era ma lui non sembrava capirlo) tra giustizia e politica.

Ecco, io credo che questo sia il fondamento della proposta del sindaco Moratti: affermare il primato della politica, rendere evidente che i reati commessi da Craxi, le condanne che gli sono state inflitte (nessuno ha mai detto che Craxi fosse innocente, al più si sostiene che si trattava di reati politici, dunque non perseguibili) non hanno nulla a che fare con il suo essere uomo politico di primo piano, con il suo ruolo (molto pubblicizzato, io non sono attrezzato per esprimere un’opinione) di statista eccellente.

E in questo sta il tragico equivoco della classe politica italiana, quello che ci ha portato qui dove siamo finiti: nel non capire che nessuno è al di sopra della legge; che non ci può essere lotta tra istituzioni e legge, tra cittadini, quale che sia il loro ruolo, e legge; che tanto più un uomo politico è rispettabile, degno di fiducia, grande statista (sì, statista) quanto più si sottopone alla legge e afferma il proprio buon diritto, la sua innocenza, nelle sedi e con i metodi che la legge prevede; nel non capire che anche un uomo politico può commettere errori, perfino reati; e che ritroverà la sua legittimazione a occuparsi di politica, che vuol dire essere al servizio dei cittadini, accettando la sentenza che sarà emanata nei suoi confronti e rispettando dunque la legge.

Io non credo che siano state intitolate vie, piazze, corsi e parchi a persone riconosciute responsabili di reati; e sarebbe importante che il sindaco Moratti si rendesse conto delle conseguenze della sua iniziativa, del disprezzo per la legalità che essa comporta e che induce nei cittadini. Ma la signora è intelligente e a queste cose ci avrà pensato; evidentemente ha deciso di perseverare. Così le propongo un compromesso.

Nella mia città, Torino, il Palazzo di Giustizia è dedicato a Bruno Caccia, procuratore della Repubblica ucciso dalla mafia. L’aula magna del palazzo è dedicata a Fulvio Croce, presidente dell’Ordine degli Avvocati che fu ucciso dalle Brigate Rosse perché aveva accettato l’incarico di difensore di ufficio, pur minacciato di morte se lo avesse fatto: “accettò consapevole morte”, c’è scritto nella lapide che lo ricorda.

Le due strade che delimitano a est e ovest il Palazzo di Giustizia sono dedicate a Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. A Milano, il carcere di San Vittore è delimitato, a nord, da una via dedicata a un sacerdote, Matteo Bandello; non credo che se ne avrà a male se sarà spostato altrove perché questa via possa essere dedicata, in maniera appropriata, a Bettino Craxi.

Link: I ragazzi dello zoo di Bettino di Marco Travaglio

Da Il Fatto Quotidiano del 31 dicembre