Acronimo spielberghiano, trasformazione kubrikiana. ET, al secolo Elisabetta Tulliani, ex compagna di Luciano Gaucci, avvocato, emanazione del generone romano, madre di due figli avuti dall’attuale presidente della Camera e ragazza in grado di ribaltare amicizie, riferimenti e universo del nuovo Fini proteso verso magnifiche e progressive sorti. In luogo dei vecchi notabili di un tempo, che uscendo dalla storica foto della squadra calcistica del Secolo d’Italia 1980, hanno abbandonato Fini uno a uno (chi per convenienza, chi perché morire berlusconiani, sembra meglio di qualunque alternativa), un pantheon rinnovato.

Lo ha deciso “Eli”, cambiandoli come un vecchio vestito inadatto ai tempi correnti. Niente più occhiali da carabinero sudamericano, niente impermeabili Cefis, né spaventose camicie a maniche corte o cravatte fantasia che facevano somigliare l’amato, al cronista Rai Castellotti, quello di Novantesimo Minuto. Giovani di pensiero (FareFuturo), divertimento moderato, eleganza, completi scuri, sobrietà. Ogni rivoluzione necessita di un assestamento. Così le gite a Capri su motoscafi d’alto bordo con Andrea Ronchi (poi futuro ministro) e i momenti hot al largo di Port’Ercole immortalati da Chi, le incursioni con muta e multa nella riserva naturale di Giannutri hanno subìto la sostituzione che più conveniva a un’immagine diversa di un politico in carriera. Lui e lei, impegnati ad accreditarsi, a iniziare dal congresso Pdl, in cui ET si presentò in pantaloni, i capelli legati, l’ovale serio e compunto, senza mai alzarsi dalla sedia per l’intera durata del congresso. Gli altri ignobilmente stravaccati, lei dritta, fino alla fine. Lodata dai notisti, mondata dai video in cui con Gaucci tubava come un’adolescente nel castello di Torre Alfina.

Non sempre è andata così. C’era un Fini diverso, perduto nella memoria. Dissolvenza a nero, anno 1971. “Guarda che ti viene il colpo della strega, non c’è mica bisogno che te chini così bella, sai?”. Davanti alle generose scollature che le vestali “donne senza dignità”, mostravano maliziosamente al capo della destra durante gli incontri ufficiali, Daniela Fini tornava Di Sotto. La tastierista del Secolo d’Italia, gelosa e possessiva, che in un lontano giorno all’alba dei 70, incontrò Gianfranco in una sede del Movimento sociale. Era un’epoca di fiamme ardenti, maggioranze silenziose e piazze urlanti. Lei, una militante sposata con Sergio Mariani ex parà spedito al confino obbligato in Sardegna. Lui, sulla strada per diventare il protodelfino di Giorgio Almirante, più una divinità che un segretario di partito. Prima che Daniela lo scegliesse, provocando il tentato suicidio di “Folgorino”, a colpirla erano stati particolari all’apparenza insignificanti: “Lo chiamavano ‘tortellino’, era appena arrivato da Bologna e indossava un lungo e orribile capottone di pelle”. Quarant’anni dopo, dopo trentasei di convivenza, una figlia, Giuliana, e una separazione tumultuosa, a ricordare il Gianfranco che fu, con tutto il corollario di saluti romani, occhial ifuori misura, maglioni a collo alto, scarpe a punta e sciarpe nere, è paradossalmente un’immagine fiabesca.

La cesura più dolorosa, la lunga traversata della destra italiana, da “voce della fogna” a invitata d’onore a Buckingham Palace. Sulla carrozza (le truppe inglesi in rassegna, l’aria immobile) in un piovoso giorno di marzo del 2005, ammantata da un tailleur di Gattinoni, c’era ancora Daniela. Fu l’ultima volta e il minuto conclusivo, durò una vita intera. Nel mezzo, un attimo prima che Fini svoltasse verso il laicismo e molto tempo dopo il primo lavacro, quello di Fiuggi che trascinò dietro di sé abiure, strappi e scissioni, Gianfranco era già lontano. In viaggio verso la metamorfosi. Stanco di consessi ristretti, di tribune d’onore a sconvolgente tasso di lazialità (Mimun, Daniela, Previti, quasi una trinità), cene nei circoli sportivi della Capitale.

A Maggio, due mesi dopo la trasferta tra i reali inglesi, Fini irruppe nel dibattito sulla fecondazione eterologa, spiazzando elettori, sodali e osservatori. “Voterò tre sì e un no”. Più di una rivoluzione. L’allora ministro delle Pari opportunità Stefania Prestigiacomo, alla testa del comitato promotore, incassò l’adesione con trattenuta esultanza: “Ne sono confortata”, qualcuno, maligno, legò l’improvvisa svolta dell’ex fascista del 2000, a una passione bruciante per la Prestigiacomo stessa, capace di dividere con Fini l’attrazione per le immersioni subacquee, detestate dall’ex signora Di Sotto. Tra una smentita e l’altra, piovve anche l’anatema di Daniela: “Mi è dispiaciuto che il pettegolezzo riguardasse una signora sposata. Dietro alla vicenda c’erano calunniatori e cretini, bastardi schifosi”. Anche di quel linguaggio naïf, ampiamente emerso nelle intercettazioni telefoniche sullo scandalo sanità nel Lazio: “Sono andata a sbattermi il culo con Storace”, Gianfranco che meditava trasvolate in Israele, discorsi sul male assoluto e platee in grado di recepire un salto filosofico che non si limitasse agli slogan, era saturo. Così ruppe. Consensualmente. Affidando all’avvocato Giulia Bongiorno (sempre lei), un comunicato in cui quasi mezzo secolo di convivenza, subiva la mesta liquidazione in sorte a ogni storia d’amore alle prese col naufragio: “Percorsi di vita differenti hanno determinato un progressivo allontamento (…) impossibile continuare il rapporto coniugale con la serenità e lo spirito di convinzione necessari”. Stop.

Per ripartire, Elisabetta. Piombata senza preavviso nell’universo delle potenziali first lady, genere in disgrazia tra una richiesta di risarcimento danni e una riservatezza ormai ritenuta anacronistica. Dietro ogni statista c’è una donna. Angelo del focolare, Livia Danese, la pudìca vestale del divo Giulio, nascosta tra le stanze di un potere che pareva impenetrabile, “sono una donna pazientissima ho fatto da padre ai nostri quattro figli” o anche, cambiando genere, origine e inclinazione politica, Carla Voltolina, compagna di Sandro Pertini, ex staffetta partigiana, due lauree: “Lui mi ha amato moltissimo, certo. Ma anch’io l’ho amato. Forse di più”. Da quei modelli, Eli è distante. Vive il suo tempo. Modernamente. Gite minimal a Fregene e sedute tra forbici e mechès nel locale chic di Roberto D’Antonio in piazza DiPietra, a due passi da Montecitorio, dove il taglio dei capelli è il banale pretesto per incontrare un mondo, farsi vedere, esserci a prescindere dall’essenza. Come nel salotto di Giuseppe Consolo, avvocato, senatore del Pdl, dove ET cicaleggia con l’amica Nicoletta Romanoff e si incontra col suo fidanzato Giorgio Pasotti, trascinato (suo malgrado?) alle presentazioni letterarie di Fini. Il nuovo potere va edificato. Ci vuole pazienza. Dove porti davvero la crasi tra i due, la giovane erinni ora rinsavita e l’uomo delle svolte ritrattate, ora diretto alla ricerca di arche perdute e scenari fantascientifici, non è dato sapere. Sono in viaggio. Camminano insieme. La luna di miele, è appena iniziata.