Noi rispondiamo di quello che abbiamo fatto, abbiamo un referto medico che dice che il ragazzo ha rifiutato le cure sul posto e l’accompagnamento in ospedale. Se avesse voluto sfuggire ad eventuali percosse sarebbe andato con l’ambulanza, non crede?”. A difendere l’Arma dei carabinieri è il maggiore Paolo Unali, comandante della Compagnia Roma Casilina, i cui uomini, nella notte tra il 15 e il 16 ottobre, hanno arrestato Stefano Cucchi.

Unali fa sapere che un’istruttoria interna è già stata avviata, ma che non c’è nulla di cui aver paura. “I dubbi ci devono comunque venire, e per questo abbiamo verificato la posizione degli uomini. Ma sul comportamento dei militari, a livello disciplinare, non sono emerse responsabilità. Anche se il vaglio interno è sempre in atto. A livello penale, aspettiamo il lavoro della magistratura. Noi non ci possiamo sostituire ai giudici”.

Il maggiore ricostruisce quanto accaduto quella notte, “quelle poche ore in cui abbiamo avuto in consegna il soggetto. Lo abbiamo fermato a tarda notte e, dopo una perquisizione domiciliare, l’abbiamo trattenuto. Intorno alle 3 di notte, il ragazzo ha avuto un malore e abbiamo immediatamente chiamato l’ambulanza”. Poi, una precisazione per lui fondamentale: “Cucchi ha rifiutato le cure sul posto e l’accompagnamento in ospedale. Anzi, ha chiesto di lasciarlo dormire. E’ tutto scritto nel referto medico: le convulsioni, il tremore e, se non ricordo male, un malore diffuso. Nessun segno, nessun ematoma, niente di anomalo. Se avesse voluto sfuggire a presunte percosse, si sarebbe fatto portare in ospedale”. Il referto medico, consegnato alla Procura, è delle 5.

Poche ore dopo, Stefano è stato svegliato e accompagnato in Tribunale per il processo per direttissima. In aula, ha raccontato la famiglia del ragazzo, aveva però gli occhi tumefatti. “Io non sono un medico, non so cosa possa essere successo – spiega ancora Unali – ma il ragazzo aveva dormito solo poche ore. E comunque le nostre camere di sicurezza, che sono quelle regolamentari, non sono certo un albergo a cinque stelle. Poi stiamo parlando di un ragazzo debilitato, di uno che aveva avuto problemi di tossicodipendenza e che, a 30 anni, pesava 40 chili. E comunque è arrivato in tribunale con le sue gambe e ha partecipato all’udienza. Era lucido. Del resto, se avesse avuto qualcosa da dire, lo avrebbe detto”.

Eppure il padre lo ha sentito chiedere in aula perchè gli fosse stato assegnato l’avvocato d’ufficio e non il suo legale di fiducia. “Non ne so nulla, non ero lì – prosegue il maggiore – so soltanto che lui non ha lamentato accuse nei nostri confronti. Del resto ci sono i verbali di udienza”.

Cosa può dunque essere accaduto a Stefano Cucchi, morto dopo sei giorni nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini, con la sua famiglia completamente all’oscuro di tutto fino al momento dell’autopsia? “Non lo so -conclude Unali- noi lo abbiamo “trattato” solo per poche ore. Poi lo abbiamo consegnato alla polizia penitenziaria”. Ma neanche la polizia penitenziaria sembra saperne nulla. “I colleghi si sono limitati al servizio di controlloevigilanzachespettava loro per legge – risponde Donato Capece, segretario generale del Sappe (il sindacato della penitenziaria) – anche perchè era in un ospedale, sotto il controllo dei medici. Questo esclude qualsiasi tipo di intervento. In ogni caso ci auguriamo che la magistratura faccia piena luce su questa vicenda. Se c’è qualcuno che ha sbagliato, è giusto che paghi. Ma non credo che la polizia penitenziaria abbia agito contro la legge”.

da Il Fatto Quotidiano n°33 del 30 ottobre 2009