Ieri abbiamo mandato le vostre firme al Quirinale. Abbiamo telefonato, ci hanno consigliato di usare il modulo precompilato che trovate qui https://servizi.quirinale.it/webmail/ (tenetelo presente per il futuro), ma le vostre firme erano troppe. Quindi le abbiamo messe in un file e le abbiamo spedite all’ufficio stampa che, ci ha garantito, le avrebbe poi fatte pervenire al presidente Giorgio Napolitano.

Poche ore dopo le agenzie di stampa hanno diffuso la nota del Colle in cui il capo dello Stato spiegava di aver deciso di firmare la conversione in legge del decreto che introduce lo scudo fiscale perché “si rileva che sono state confermate le correzioni che avevano accompagnato la promulgazione della legge di conversione del precedente decreto. Infatti, la legge prevede la punibilità di tutti i reati strumentali all’evasione fiscale per i quali sia stata già esercitata l’azione penale e stabilisce che le dichiarazioni di rimpatrio o di regolarizzazione sono utilizzabili a sfavore del contribuente nei procedimenti penali pendenti e futuri”.

Ma non erano questi i problemi che per una settimana abbiamo sollevato sul “Fatto”: come hanno spiegato magistrati ed economisti, lo scudo è un regalo agli evasori che li incentiva – anche per il futuro – a evadere ancora le tasse, che offre alle organizzazioni criminali la possibilità di riciclare denaro a un decimo del prezzo di mercato e distrugge la credibilità del fisco (non basta certo prendersela con Rocco Siffredi, come ha fatto l’Agenzia delle entrate, per compensare). Il nostro appello a non firmare, qualche effetto, però, lo ha avuto. Questa mattina Napolitano era in visita a Potenza, prima di tornare a Roma per firmare lo scudo. Un cittadino gli ha urlato: “Presidente, non firmi, lo faccia per le persone oneste”. Il capo dello Stato ha replicato così: “Nella Costituzione c’é scritto che il presidente promulga le leggi. Se non firmo oggi il parlamento rivota un’altra volta la stessa legge ed è scritto che a quel punto io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete? Se mi dite non firmare, non significa niente”.

Peccato che il Parlamento, se il Pd si fosse presentato in aula invece che mandare i suoi deputati in missione a Madrid o avesse candidato individui sani (sembra che gli ospedali di tutta Italia siano pieni di deputati democratici dalla salute cagionevole che avevano improrogabili visite mediche). Presidente, siamo sicuri che il Parlamento le avrebbe rimandato lo scudo? Ma soprattutto: la Costituzione la obbliga a firmare al secondo giro, non al primo, come ammette anche lei stesso. Intanto le vostre (nostre) firme finiscono in un cestino del Quirinale.

Stefano Feltri