Lo stabilimento balneare è stato inaugurato a luglio e per ora è raggiungibile solo via mare. Si chiama ‘Spiaggia del Fuenti’ ed è gestito dalla famiglia Mazzitelli, proprietaria di quel che fu l’Hotel Amalfitana. Più famoso come Mostro del Fuenti, il simbolo di tutte le devastazioni della costa campana e italiana, raso al suolo nel 1999 dopo un contenzioso trentennale.

Lo stabilimento balneare è il primo passo di un progetto di riqualificazione della costa di Vietri sul Mare, compromessa dall’abbattimento dell’ecomostro, che lasciò in eredità un brullo cratere più brutto persino dell’albergone distrutto. Ricordate? L’hotel di sei piani, 34mila metri cubi di cemento, ultimato nel 1971 e presto chiuso per una storia di licenze concesse e poi stracciate, per decenni al centro del mirino di una dura campagna degli ambientalisti. Conclusa d’imperio dal ministro verde dell’Ambiente Edo Ronchi, che ne decretò e ottenne la demolizione. Riuscendo lì dove per l’ecomostro dell’Alimuri di Meta, finora, si è fallito.

Eppure le due vicende hanno diversi punti in comune. Anzitutto, entrambi gli ecomostri non erano abusivi nel senso classico della parola. Lo sono diventati ‘dopo’. Nacquero, infatti, con regolari licenze edilizie. Poi annullate. Una follia, direte, concedere i permessi per edificare nel ventre dei costoni. Ma così fu. All’Amalfitana-Fuenti la licenza venne rilasciata nel 1968. Per l’albergo dell’Alimuri, cinque piani di cemento nel tratto di litorale tra Meta e Vico Equense, l’autorizzazione risale al 1962. Sono gli anni del saccheggio delle coste. Poi emergeranno le magagne. La licenza dell’Amalfitana-Fuenti viene revocata per sempre dal Consiglio di Stato del 1981 e inutilmente la giunta regionale guidata dal Dc Antonio Fantini concede nel 1990 il condono, invalidato da Soprintendenza e Ministero. La famiglia Mazzitelli si arrende nel 1998, quando il Consiglio di Stato conferma una sentenza del Tar e rigetta l’ultima domanda di condono. Mentre la licenza dell’Alimuri viene revocata dalla Regione nel 1975 perché in contrasto con il Programma di Fabbricazione. Ma il Tar Campania nel 1979 ed il Consiglio di Stato nel 1982 annullano gli atti adottati dalla Regione. Nel 1986 i lavori sono definitivamente bloccati dal Comune di Vico Equense perché si rendono necessari lavori di consolidamento del costone roccioso retrostante: piovono massi sui solai, uno buca un paio di piani.

Le analogie finiscono qui. Il Fuenti, infatti, era un albergo ultimato e operativo: ha vissuto tre anni, dal 1977 al 1980, poi la Protezione Civile lo ha utilizzato per ospitare i terremotati, fino alla definitiva chiusura del 1984. L’Alimuri è rimasto incompiuto: è solo uno scheletro di cemento armato, corroso dal mare e dalle intemperie.

La differenza più evidente, ovviamente, è che il Fuenti è stato abbattuto. Mentre il rudere dell’Alimuri resiste da 42 anni. Inoltre, il Fuenti è stato tirato giù a spese dei proprietari. Invece, secondo il protocollo promosso il 19 luglio 2007 dal ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli e finora inattuato, per demolire lo scempio dell’Alimuri e rimettere in sicurezza il costone, lo Stato e la Regione dovrebbero versare una consistente quota, superiore a quella dei privati. E nell’accordo si concede ai titolari la possibilità di realizzare un albergo di uguale cubatura in un’altra zona di Vico Equense.

In Campania, infatti, esistono i mostri ‘cattivi’ e i mostri ‘buoni’. Il Fuenti era senz’altro ricompreso tra i cattivi. Ed è stato incenerito senza tanti riguardi. L’Alimuri invece è un mostro buono, e se proprio bisogna ucciderlo, va fatto con dolcezza per poi farlo risorgere altrove. “Due pesi e due misure, dunque – scrisse nel 2007 Marco Demarco, direttore del Corriere del Mezzogiorno, giornale che sulla questione ha condotto una lunga campagna stampa – perché? C’entra qualcosa il fatto che il mostro di Alimuri sia di proprietà di Anna Normale, giovane imprenditrice e moglie dell’assessore regionale (all’epoca, oggi è europarlamentare, nda) Andrea Cozzolino”?

Risposte convincenti non ce ne sono e in assenza di queste, sottolineamo che la parentela non c’entra niente. Però ci chiediamo: come è andata a finire col Fuenti? Cosa è stato permesso ai Mazzitelli in cambio della demolizione dell’ecomostro amalfitano, compiuta a loro spese? Una lunga e laboriosa conferenza dei servizi con le istituzioni pubbliche e le associazioni ambientaliste si è conclusa nel marzo 2004 con un progetto di rinaturalizzazione e restauro paesaggistico dell’area – chiamato ‘Parco del Fuenti’ – dal costo superiore ai 22 milioni di euro, che non concede molto al cemento e alla speculazione. Si prevede uno stabilimento balneare (pronto), dei vigneti, un giardino mediterraneo che dalla roccia arrivi fino alla spiaggia, innesti di ginestre, ulivo, corbezzolo e lentisco, ovvero la stessa vegetazione divelta quando il promontorio venne sbancato. Mentre dentro il basamento dell’albergo, salvato dalla demolizione, si vorrebbero allestire il ristorante e il centro fitness. E anche se i lavori procedono molto lentamente, l’accordo ha strappato parole lusinghiere al presidente di Legambiente Campania, Michele Buonomo: “Se una volta per forza di cose eravamo contrapposti alla proprietà, ora siamo al loro fianco in piena sintonia, condividendo il progetto del Parco del Fuenti. Un percorso fatto insieme, grazie anche alla lungimiranza di imprenditori che hanno saputo con coraggio investire e realizzare un progetto ecocompatibile”.