Ieri è stato il giorno dell’assemblea annuale dell’Abi, la confindustria delle nostre banche, e il copione politico era già scritto. Giulio Tremonti, per una volta, non le ha attaccate. Le ha solo minacciate: faremo i conti a settembre. Corrado Faissola, il cattolicissimo e patibolare presidente dell’Abi, ha incassato la mini-tregua.

Però questa è soltanto la contabilità delle chiacchiere. Un giochino a somma zero, come tutte le polemiche italiane a mezzo stampa.

Poi c’è la realtà, che è un po’ meno semplificabile. L’altro ieri il nuovo Btp a 15 anni dello Stato italiano venduto dal ministero dell’Economia è andato letteralmente a ruba. Ne hanno collocati per 5 miliardi e mezzo a un tasso del 5 per cento. Le banche – non solo italiane, certo –  ne hanno sottoscritto il 40%. Che vuol dire?

Scusate la rozzezza, ma il significato pratico mi pare sia più o meno questo: cari clienti, visto che posso finanziare l’Economia tremontiana al 5% garantito (mentre l’Euribor sta allo 0,70%), perché cavolo vi devo accordare un nuovo fido all’aziendina (che magari poi chiude per colpa dei cinesi) o un pur esoso mutuo sulla casa (che poi magari perdete il lavoro)? Meglio non rischiare con i privati e continuare a drogare le finanze pubbliche italiane.

Se è così, il governo può anche mandare i prefetti allo sportello, ma finchè deve pagare certi interessi per non dichiarare bancarotta, gli slogan sul “credit crunch” dei cattivi banchieri saranno sempre e solo propaganda.

Peccato, perché in fondo non è così difficile capire chi sta drenando liquidità a chi. Forse ci possono arrivare perfino quelli di Confindustria, se riusciranno per un attimo a smettere di applaudire il governo “amico”.