La ministra del Turismo, Daniela Santanchè, dà la sua ricetta per l’emergenza dovuta alla mancanza di neve: liberare i fondi Covid al momento non utilizzabili per altre finalità, ristornare subito gli investimenti a cui si è fatto fronte nel 2022, lavorare con il ministero del Lavoro sugli ammortizzatori sociali per dare risposte ai lavoratori stagionali e – proposta del presidente della Toscana Eugenio Giani – indirizzare a questo scopo il 50% della riscossione dei Comuni. E poi innevare artificialmente, anche per evitare lo spopolamento di alcune zone appenniniche. Che sia una soluzione emergenziale lo dice la stessa ministra. Il punto, però, è capire le conseguenze che questa ricetta potrà avere su un fenomeno strettamente legato a quello delle precipitazioni: la siccità. E non si tratta di un problema da risolvere solo in vista dell’estate. Tanto che la vicepresidente della Regione Emilia-Romagna con delega all’Ambiente, Irene Priolo, ha convocato un incontro di aggiornamento della Cabina di regia sulla criticità idrica, attivata con la dichiarazione dello Stato di emergenza nazionale lo scorso 4 luglio e prorogata al 31 dicembre 2023. La verità è che pioggia e neve non bastano a risolvere la carenza d’acqua. “Come qualsiasi bilancio a lungo in deficit, anche quello idrico è ormai pregiudicato e il riequilibrio non può prescindere da importanti interventi esterni” spiega Francesco Vincenzi, presidente dell’Associazione nazionale dei consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue (Anbi).

Santanché: “Innevare le piste è necessario” – In occasione del tavolo sull’emergenza neve sugli Appennini, organizzato con le Regioni e le categorie di settore al ministero, Daniela Santanchè ha spiegato: “Innevare le piste artificialmente è necessario nell’emergenza e non significa negare la crisi climatica e ambientale”. Secondo la ministra “favorire le attività turistiche legate allo sci evita lo spopolamento delle nostre montagne”. La neve prodotta artificialmente, ha aggiunto, “può essere restituita all’agricoltura: dopo mesi di siccità si crea anzi un circolo virtuoso. La politica deve avere una visione di lungo termine, ma oggi bisogna pensare agli Appennini”. E così, se da un lato parla della necessità di “lavorare sulla destagionalizzazione dell’offerta turistica, puntando sulla diversificazione, dalle ciaspole alle passeggiate, dal cicloturismo al benessere”, dall’altro ribadisce che “ha senso continuare a promuovere le offerte turistiche sulla neve, perché non crediamo di deturpare l’ambiente, ma di aiutare il territorio evitando lo spopolamento”. Il piano della ministra del Turismo, però, non convince tutti.

Le reazioni – “Si prova a risolvere il problema nell’immediato, ma non è questa la soluzione. Se tra dieci giorni torna il caldo, la neve prodotta artificialmente si scioglierà” spiega a ilfattoquotidiano.it Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente. “Con quelle risorse, invece che far nevicare quando il clima non lo consente più, ha più senso investire nell’adattamento, diversificando e convertendo le attività presenti sul territorio, che non può essere sfruttato nello stesso modo in cui si faceva dieci o vent’anni fa”. Significa allargare il periodo turistico a tutto l’anno, dato che non ci sarà più la neve da novembre a marzo come in passato. E offrire servizi diversi. Non solo sci, ma trekking, passeggiate, escursioni. Anche secondo il Wwf è necessario adattarsi rispetto a ciò che si potrà o non potrà fare in futuro e, dunque, occorre “ridurre la dipendenza economica locale dall’attività sciistica”. Già nel 2007, in un dossier su Alpi e Turismo, l’ente suggeriva di escludere la realizzazione di nuovi impianti sciistici sviluppati sotto i 1.500 metri e, per le altitudini superiori, una moratoria dei nuovi impianti di almeno cinque anni, per valutare adeguatamente gli effetti dei cambiamenti climatici. “È bene ricordare”, spiega l’associazione, “che negli ultimi 15 anni, invece, i nuovi impianti sono stati spesso (per non dire sempre) realizzati grazie a investimenti pubblici”.

Il nodo siccità – L’altra faccia dell’emergenza neve è l’emergenza siccità, e non è detto che le soluzioni tampone con cui si potrebbe far fronte alla prima servano anche alla seconda. Pochi giorni fa, lo stesso Consiglio dei ministri ha prorogato lo stato di emergenza idrica in dieci regioni (aggiungendo le Marche a quelle già incluse). In Emilia, ha sottolineato la vicepresidente Priolo, “le premesse non sono migliori: anche se dovesse arrivare una stagione sufficientemente piovosa, le falde idriche potrebbero non raggiungere un riempimento adeguato”. Si monitora costantemente la situazione, in particolare per quanto riguarda la Romagna e la diga di Ridracoli. A Ravenna, in Consiglio comunale, il Movimento 5 stelle ha proposto di ricorrere a pannelli che producono acqua dalla nebbia, già utilizzati in alcuni Paesi dell’Africa. L’Anbi, invece, lancia l’allarme sui grandi laghi del Nord (la più grande riserva idrica del Paese), tutti sotto media e la cui percentuale di riempimento è perlopiù inferiore a quella di gennaio 2022 “che fu preludio a una straordinaria stagione siccitosa, figlia dell’anno più caldo di sempre in Italia”. In Lombardia, dove il manto nevoso è del 43% inferiore alla media e il fiume Adda resta al minimo degli ultimi sei anni, un dato è clamoroso: le riserve idriche sono inferiori del 45,2% alla media storica e sotto anche a quelle largamente deficitarie del 2022. Intanto, il 10 gennaio è stato firmato l’accordo di rinaturazione dell’area del Po tra il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica e l’Agenzia interregionale per il Po (Aipo), uno dei progetti previsti dal Pnrr. Con i primi fondi in arrivo (su un totale di 357 milioni di euro) saranno avviate le procedure di apertura dei bandi e dei cantieri per una sessantina di aree individuate dall’Autorità di Bacino distrettuale del fiume Po e dalle Regioni interessate. Ci vorrà, però, del tempo per vedere dei risultati.

La gestione dell’acqua e dell’energia – “Con la crisi climatica in atto, affrontare la mancanza di neve incentivando l’innevamento artificiale vuol dire aggravare il problema, attingendo alle già scarse riserve idriche” commenta il Wwf. I numeri: “Per l’innevamento di base (circa 30 centimetri di neve, spesso anche di più) di una pista di un ettaro, occorrono almeno un milione di litri, cioè mille metri cubi d’acqua, mentre gli innevamenti successivi richiedono, a seconda della situazione, un consumo d’acqua nettamente superiore, il che corrisponde approssimativamente al consumo annuo d’acqua di una città di 1,5 milioni di abitanti”. L’acqua viene attinta da torrenti, fiumi, sorgenti o dalla rete dell’acqua potabile, in un periodo di estrema scarsità. “Inoltre, in periodo di crisi energetica, è bene ricordare l’altissimo consumo d’energia: per assicurare piste innevate su tutte le Alpi si è calcolato che occorrerebbero 600 gigawattora di energia elettrica”, sottolinea l’ente ambientalista.

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