Come tutti gli apprendisti, fanno il tirocinio. Hanno però un nome d’arte, sanno che al telefono si parla solo in codice, si muovono con destrezza per le strade dei quartieri periferici. Hanno già la spavalderia dei boss e l’arroganza di chi sa che “appartiene”, come si dice da queste parti. Anche a Bari la malavita si serve dei minorenni. Ragazzini di 15 anni, a volte anche più giovani. Sono lì: attendono ordini, cercano di eseguirli al meglio. Portano armi e droga da una parte all’altra della città, in attesa di “salire di grado” e un giorno – quasi fosse un premio – di poterle utilizzare quelle armi. Gli atti giudiziari – in più di cinquecento pagine – raccontano le dinamiche di uno dei più violenti clan baresi, quello dei Misceo-Telegrafo operanti nel quartiere San Paolo ma anche nei paesi limitrofi di Noicattaro, Palo del Colle e Rutigliano. Una associazione mafiosa vera e propria, strutturata secondo un ordine gerarchico piramidale e organizzata in sottogruppi aventi ciascuno un proprio referente. Le regole sono sempre le stesse: fedeltà verso il boss “coccolato” con regali non tanto per comprarsi la sua benevolenza ma perché c’è un copione da seguire attraverso il quale si rinnova il patto di lealtà con l’ente mafioso. In queste dinamiche non mancano i minorenni arruolati per nascondere droga e armi nelle loro abitazioni. Quasi sempre i genitori lo ignorano.

Uno in particolare tra questi, all’epoca dei fatti, appena 17enne entra nelle grazie di un elemento di spicco del clan. Porta pistole agli adepti in un periodo di grande agitazione per la cosca. Siamo nel 2014 e di lì a poco – il 15 febbraio – sarebbe stato ucciso a colpi di kalashnikov il nemico di sempre del clan Misceo-Telegrafo, Donato Sifanno. Nei mesi precedenti all’omicidio, il baby custode riceve continui ordini: a testimoniare il solido rapporto tra il minorenne e il clan sono i tantissimi contatti telefonici, strumentali alla consegna di una o più armi (“eh… portami quella che mi … come si chiama… il motore che mi portasti l’altra volta, non quello grosso”). Anche in seguito a un semplice avvistamento del rivale, scatta l’ordine per il minorenne che viene chiamato anche di notte (“ehi mi sto mettendo le scarpe, sto arrivando”.” Ti chiamo di giorno e vieni di notte”. “Sto venendo”). L’armiere – a dispetto della sua giovane età – assume un ruolo importante all’interno del sodalizio, si guadagna la fiducia dei suoi superiori che non disdegnano di coinvolgerlo anche in un momento tanto importante come la preparazione di un omicidio.

Poche ore prima della morte di Sifanno viene intercettata l’ennesima telefonata in cui il ragazzo viene convocato per portare un’altra arma. Seppur il giovane fosse impossibilitato a raggiungere il suo interlocutore (“devo andare a Bari”) viene costretto a modificare i suoi impegni per eseguire l’ordine (“mo devi venire”). Di lì a breve il ragazzino avrebbe raggiunto il malvivente: si sarebbero dati appuntamento sul solito terrazzo, lontani da occhi indiscreti. Il 26 febbraio del 2014 gli uomini del Gico entrano nell’abitazione del 17enne e trovano una pistola semiautomatica, due caricatori, 242 cartucce e mezzo chilo di droga. Risale a 16 anni fa la storia che più di ogni altra scuote l’opinione pubblica (anche se evidentemente non abbastanza). Aveva 11 anni Davide quando qualcuno gli affida l’incarico di portare una pistola nascosta in uno strofinaccio, con 13 cartucce e il colpo in canna da una parte all’altra della città vecchia. I carabinieri fermano il piccolo, lui abbandona l’arma e si dilegua per i vicoli.

Era il 2001, Davide diventa per i giornali locali e nazionali “il bambino con la pistola”. La sua vita non prenderà una piega diversa: a 14 anni, viene ferito in una sparatoria. E’ maggiorenne quando viene arrestato per rapina. Nel 2016, nella sua stanza le forze di polizia trovano una pistola, un revolver calibro 38 completo di colpi già inseriti nel tamburo, un giubbotto antiproiettile, sei munizioni calibro 357 e droga pronta per lo spaccio. Davide per lungo tempo fu il simbolo della sconfitta istituzionale. L’allora sindaco di Bari – oggi presidente della Regione Puglia – Michele Emiliano si offrì di adottarlo, poi non se ne fece più niente. Dopo questa vicenda si alternarono progetti per il recupero dei minori a rischio, la maggior parte dei quali finirono nel nulla. Oggi i ritrovamenti di armi e droga in casa di minori, anche insospettabili, non fanno più notizia. Così come le baby gang che “fanno pratica” per le strade di quartieri periferici e non.

“Molti di questi ragazzi non hanno speranza” dice don Francesco Preite, parroco di uno dei quartieri più difficili di Bari. “A maggio scorso – prosegue – abbiamo promosso una campagna di sensibilizzazione ‘Disarmiamo la città’: abbiamo chiesto ai bambini del quartiere Libertà di consegnarci le loro armi giocattolo in cambio di uno spin fidget spinner. E’ stato un modo per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo argomento, ma non basta”. E non sbaglia Don Francesco. Dal quartiere Libertà a Enziteto, dal San Paolo a Japigia, i miniboss sono agli angoli delle strade, minacciano con coltelli (quando va bene) i coetanei, li costringono a consegnare loro cellulari e pochi spiccioli. “La politica deve impegnarsi attraverso scelte concrete, da soli non possiamo farcela. Bisogna investire sulla prevenzione attraverso progetti unitari e non frammentari. Qui i boss sono i veri eroi – conclude – perché per molti ragazzi rappresentano l’unica speranza per trovare un lavoro”.