Gli agenti della polizia Penitenziaria, definitivamente assolti nel 2015 nell’ambito del processo per la morte di Stefano Cucchi, citeranno in giudizio tre ministeri. Il terzo giorno di astensione degli avvocati indetta dall’Unione delle camera penali ha portato oggi al rinvio dell’udienza preliminare nella quale il gup Cinzia Parasporo dovrà esaminare la richiesta di rinvio a giudizio dei cinque carabinieri coinvolti nell’inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi, avvenuta nell’ottobre 2009 nell’ospedale Sandro Pertini di Roma, una settimana dopo il suo arresto per droga. Ma la novità è che i legali dei poliziotti hanno anticipato non solo la volontà di costituirsi parte civile (anche la famiglia Cucchi lo farà), ma anche di citare i ministeri della Giustizia, della Difesa e degli Interni come responsabili civili per l’Arma, quali soggetti tenuti a risarcire, insieme con l’imputato, i danni procurati. A questa richiesta si assocerà anche la famiglia Cucchi.

Tre udienze sono state fissate – la prima il 5 maggio, l’ultima il 14 giugno – per definire preliminarmente il giudizio che vede i carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco accusati dalla procura capitolina di omicidio preterintenzionale (in quanto ritenuti autori del pestaggio subito dal giovane geometra romano) e di abuso di autorità (per aver sottoposto Cucchi “a misure di rigore non consentite dalla legge”), il maresciallo Roberto Mandolini, comandante interinale della stazione di Roma Appia, è accusato di calunnia e falso, lo stesso Tedesco e Vincenzo Nicolardi di calunnia nei confronti dei tre agenti della penitenziaria che furono processati per questa vicenda e poi assolti.

L’udienza preliminare del processo si aprirà il 5 maggio con la costituzione delle parti civili; il 5 giugno parleranno, davanti alla gup Cinzia Parasporo, pm e parti civili e il 14 giugno sarà la volta dei difensori. L’udienza preliminare, apre la strada al quinto processo sulla morte di Cucchi, dopo quelli a medici e infermieri dell’ospedale Sandro Pertini, e alle tre guardie carcerarie inizialmente accusate del pestaggio ai danni del giovane. Stefano Cucchi venne arrestato 15 ottobre del 2009 in via Lemonia, a Roma, a ridosso del parco degli Acquedotti, perché sorpreso con 28 grammi di hashish e qualche grammo di cocaina. Quella notte, i carabinieri lo accompagnarono a casa per perquisire la sua stanza. Non trovando altra droga lo riportarono in caserma con loro e lo rinchiusero in una cella di sicurezza della caserma Appio-Claudio. La mattina successiva, nell’udienza del processo per direttissima, Stefano aveva difficoltà a camminare e parlare e mostrava evidenti ematomi agli occhi e al volto che non erano presenti la sera prima. Il giudice, nonostante le condizioni di salute del giovane, convalidò l’arresto, fissando una nuova udienza. Stefano Cucchi venne rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, ma le sue condizioni di salute peggiorarono rapidamente e, il 17, venne trasportato all’ospedale Fatebenefratelli per essere visitato.

Chiaro il referto: lesioni ed ecchimosi alle gambe e al viso, frattura della mascella, emorragia alla vescica, lesioni al torace e due fratture alla colonna vertebrale. I medici chiesero il ricovero che Stefano rifiutò insistentemente, tanto da essere rimandato in carcere per poi essere ricoverato di nuovo, presso l’ospedale Sandro Pertini, dove morì il 22 ottobre. Solo a questo punto, dopo vani tentativi, i suoi familiari riuscirono a ottenere l’autorizzazione per vederlo: il corpo pesava meno di 40 chili e presentava evidenti segni di percosse. Dopo oltre un anno di indagini, nel gennaio 2011, vennero rinviate a giudizio 12 persone: sei medici dell’ospedale Pertini, tre infermieri dello stesso ospedale, e tre guardie carcerarie. Nel giugno del 2013 la terza corte d’Assise condannò cinque medici e assolse gli altri imputati. Nel 2014, nel processo d’appello, gli imputati vennero tutti assolti, e nel dicembre del 2015 la Cassazione decise per un nuovo processo d’appello ai cinque medici, che si concluse con una nuova assoluzione per il personale sanitario.