“Mio padre lo trovò davanti a sé. Gli puntò contro il viso un arco con una freccia. Indossava un passamontagna“. I ricordi nella mente di Chiara (il nome è di fantasia) sono ancora nitidi. Si succedono a rallentatore. E tornano a fare paura adesso che Igor Vaclavic è l’uomo più ricercato d’Italia. Racconta quello che avvenne quella sera. Ma chiede di rimanere anonima e non mostra il suo volto alle telecamere. Siamo in una casa nelle campagne di Portomaggiore, nel Ferrarese, a pochi chilometri da dove sabato scorso “il russo“, secondo gli investigatori, ha freddato la guardia venatoria Valerio Verri e ferito gravemente il collega Marco Ravaglia.

I due lo avevano scambiato per un pescatore di frodo. Hanno tentato di avvicinarlo. Lui non ha detto una parola. Ha solo premuto il grilletto. Di nuovo, a pochi giorni di distanza dall’omicidio del barista Davide Fabbri avvenuto a Riccardina di Budrio, nel Bolognese. Oggi, mentre prosegue senza sosta la caccia all’uomo nella distesa sconfinata delle oasi che vanno da Molinella ad Argenta, Chiara mette in fila i fotogrammi di quella sera. Lo fa senza fatica. Come se fosse accaduto tutto poche ore prima. Invece “era la primavera di dieci anni fa, mio papà stava rincasando dal lavoro. Aprì la porta del magazzino per parcheggiare l’auto e trovò ad aspettarlo un uomo in piedi sul tavolo da lavoro. Impugnava un arco, lo teneva sotto tiro. Gli disse di dargli tutto quello che aveva: il cellulare e pochi soldi, nient’altro. Papà iniziò a chiedere aiuto. Urlava come un pazzo. Diceva che lo stavano per uccidere, che volevano sequestrarlo“.

A quel punto lei e la madre escono di corsa da casa spaventate per capire quello che sta accadendo. Davanti ai loro occhi vedono due figure avvolte dall’oscurità. Una è quella del padre. L’altra quella del rapinatore. “Stava dietro a mio papà. Lo teneva per gli abiti. Diceva di avergli messo una bomba a mano nella tasca della giacca per fargli paura. Voleva il caricabatterie del cellulare. Corsi a prenderlo in casa. E lo lasciai davanti ai suoi piedi. Poi fuggì. Era completamente vestito di nero. Aveva il volto nascosto da un passamontagna. Si vedevano solo i suoi occhi”. Ma il padre di Chiara, che oggi non vuole più ricordare i minuti di terrore vissuti quella sera, al processo non ha nessun dubbio sull’identità del rapinatore. “Gli mostrarono delle foto”. L’uomo riconosce Igor Vaclavic. Anche per questa rapina il russo viene condannato per una serie di reati e finisce in carcere. Esce nel 2010. Il questore di Rovigo firma un decreto di espulsione che non viene eseguito. Vaclavic riprende subito a colpire prima di finire di nuovo dentro. Cinque anni a Ferrara. Nel 2015 è di nuovo libero. Altro decreto di espulsione mai eseguito. Si dà alla macchia ma continua a fare quello che gli riesce meglio: seminare terrore. Come in questi ultimi dieci giorni. Come quella sera che Chiara ricorda come se fosse ieri.