“È come una stele di Rosetta scritta in sette differenti lingue”. Così la scoperta di un sistema planetario appena “dietro l’angolo” rispetto al nostro, con sette pianeti gemelli della Terra, è stata sintetizzata su Nature da uno degli scienziati del team protagonista dell’impresa, Julien de Wit, del Mit di Boston. Una scoperta che fa sognare. Non solo gli astronomi. L’annuncio della Nasa accende, infatti, l’immaginazione, termine più volte adoperato dagli stessi studiosi durante la conferenza stampa di Washington. E offre a chiunque, per una sera, la possibilità di staccare lo sguardo dai problemi di tutti i giorni per guardare al cielo, fantasticando su cosa potrebbero raccontarci questi nuovi pianeti. La scoperta di nuove Terre a soli 39 anni luce da noi, in orbita intorno a un Sole bonsai è, infatti, tra le più lette on line, e tra le più commentate sui social.

schermata-2017-02-23-alle-14-21-08L’enorme curiosità suscitata dalla Nasa è ben riassunta dall’odierno doodle di Google, che mostra una Terra intenta, come Galileo Galilei, a occhieggiare al telescopio. Sorpresa e divertita nell’osservare, dall’altro lato del cannocchiale, i suoi sosia che salutano da non troppo lontano. Con la Luna accanto che esulta per i nuovi compagni celesti appena conosciuti. La stessa Nasa, del resto, con buona scelta di tempi e strategie di comunicazione, creando la giusta aspettativa e attenzione mediatica nei giorni precedenti, non ha voluto mostrarsi cauta nell’annunciare la scoperta. Gli scienziati hanno detto apertamente che “non è più questione di se, ma di quando”, riferendosi alla possibilità di trovare un’altra Terra. E viene da pensare alle parole del celebre cosmologo Stephen Hawking, che auspica per l’umanità la possibilità, anzi la necessità, di trovare una nuova casa tra le stelle. “In un universo infinito, dev’esserci altra vita – sostiene da sempre il padre della teoria dei buchi neri -. È tempo d’impegnarsi per trovare una risposta”.


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Ma quanto la scienza è vicina a rispondere alla fatidica domanda “siamo soli nell’Universo”? Enrico Fermi su questo tema era piuttosto scettico. Famosa l’espressione a lui attribuita: “Dove sono tutti quanti?” All’indomani dell’annuncio della Nasa, il Guardian scrive che “la scoperta di nuovi pianeti rappresenta come una vittoria alla lotteria per gli scienziati in cerca di vita aliena”. È un momento fortunato per planetologi ed esobiologi. Gli scienziati della Nasa che considerano il nuovo sistema solare “uno dei migliori laboratori per capire l’evoluzione dei piccoli pianeti” hanno, infatti, descritto la scoperta come un importante passo verso la ricerca di una risposta alla domanda se c’è vita al di fuori del nostro Pianeta. “Sentiremo parlare molto di questo nuovo sistema nei prossimi anni e decenni”, commenta Nature. Il telescopio Hubble, ad esempio, ha già rivolto il proprio sguardo verso i nuovi mondi, a caccia dell’eventuale presenza di atmosfere. E nei prossimi anni nuovi occhi si apriranno sul Cosmo e, in particolare, su questi ultimi arrivati. Come quelli del telescopio spaziale Nasa/Esa James Webb, il cui lancio è in calendario tra poco più di un anno. O quelli dell’osservatorio terrestre Extremely large telescope dell’European southern observatory (Eso) che, una volta in funzione – la prima luce è attesa per il 2024 – sarà “il più grande occhio del mondo sul cielo”.

“È urgente moltiplicare gli sforzi per la caratterizzazione delle proprietà fisiche e delle atmosfere dei gemelli della nostra Terra, nella regione di abitabilità di stelle simili al nostro Sole”. L’esortazione viene da Alessandro Sozzetti, ricercatore dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf). “Il nuovo sistema planetario è straordinario sotto diversi aspetti – sottolinea lo studioso italiano -. Tre dei suoi sette pianeti sono, ad esempio, soggetti a livelli di irraggiamento da parte della stella centrale simili a quelli che Venere, Terra e Marte ricevono dal nostro Sole”. I nuovi osservatori consentiranno agli scienziati di guardare direttamente l’aspetto di questi nuovi mondi. E le affascinanti ricostruzioni della loro superficie che la Nasa ha reso pubbliche nelle scorse ore potrebbero davvero raccontarci una realtà fatta di mondi bagnati da oceani. “Abbiamo così tanto da imparare – conclude entusiasta su Nature Elisa Quintana, del Nasa Goddard space flight center di Greenbelt, nel Maryland -. Possiamo solo immaginare l’enorme quantità di pianeti ospitati dalle stelle più vicine a noi”.