Giulio Occhionero, l’ingegnere nucleare arrestato con la sorella con l’accusa di aver carpito con attacchi informatici dati e informazioni di migliaia di persone, ha negato agli inquirenti le password di accesso al server in Minnesota (Usa) utilizzato, secondo gli inquirenti di Roma, per allocare parte dei dati carpiti. Nei confronti degli ex presidenti del Consiglio Matteo Renzi e Mario Monti, nonché del presidente della Bce Mario Draghi c’è stato solo un tentativo, ma non l’accesso, alle caselle di posta elettronica. Di conseguenza non sono stati “infettati” i telefoni cellulari.

Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, durante il quale ha respinto le accuse di spionaggio, alla richiesta delle password, fatta dal gip Maria Paola Tomaselli e dal pm Eugenio Albamonte, ha giustificato tale diniego per “una questione di privacy”. L’accesso al server statunitense è ora oggetto di una rogatoria della procura di Roma. Se in Usa a c’è ancora una possibilità di accedere al server riconducibile ad Occhionero, più complicato appare il recupero dei dati cancellati dai computer dell’ingegnere nucleare e della sorella in Italia una volta che i due fratelli avevano avuto sentore di essere nel mirino della polizia postale.

L’uomo ha respinto gli addebiti su tutta la linea. “Non è roba mia: i 18 milanickname nel mio pc chi mi dice che non me li abbiate messi voi con un malware violando la mia privacy” ha risposto l’uomo nel corso dell’interrogatorio di garanzia davanti al gip alla domanda sui dati trovati nel database InfoPyramid accdb. Nel corso dell’atto istruttorio l’indagato ha negato di avere chiesto ad un agente di polizia di informarsi se fosse stata avviata una indagine sul suo conto: il giorno prima di una perquisizione il professionista aveva passato l’intero pomerggio del 4 ottobre a cancellare dati, file, account e credenziali. Dal canto suo la sorella, Maria Francesca, ha sostenuto che alcune informazioni ritenute riservate entrate in possesso del fratello erano legate alla sua frequentazione nella massoneria.

Intanto la procura di Roma vuole accertare se i due fratelli possano aver avuto legami, ed aver svolto in questo ambito attività di spionaggio, con esponenti del presunto comitato d’affari clandestino denominato P4. Le indagini, come emerso dall’ordinanza di custodia cautelare, hanno accertato che, almeno in una versione del virus utilizzato, i dati carpiti dai computer infettati venivano inviati a quattro indirizzi mail che “risultavano essere già emersi nel luglio 2011 nel corso del procedimento della cosiddetta P4”. Uno degli indirizzi e-mail, viene sottolineato nel provvedimento restrittivo, sarebbe “collegato a operazioni di controllo da parte di Luigi Bisignani nei confronti dell’onorevole Papa e delle Fiamme Gialle”, così come appunto emerso nell’ambito dell’indagine P4.

Tra le macchine infettate invece ci sarebbero due pc in uso a collaboratori del cardinale Gianfranco Ravasi e così in Vaticano le autorità investigative stanno “facendo accertamenti”. All’Ansa il portavoce della Santa Sede, Greg Burke, sottolinea comunque il fatto che i computer violati potrebbero anche non essere del Vaticano, dal momento che il Pontificio Consiglio della Cultura, di cui è presidente il cardinal Ravasi, “ha moltissime persone che collaborano in diversi gradi e che non sono del Vaticano”. Per le verifiche Oltretevere è entrata in azione la speciale task force della Gendarmeria contro i reati informatici, che già condusse le indagini su monsignor Lucio Vallejo Balda nel caso Vatileaks 2.