Una metropoli sconvolta da violenze quotidiane e quasi sempre impunite, in cui un quinto della popolazione vive nelle favelas; una ex capitale interessata da una speculazione edilizia crescente in cui bande di narcotrafficanti hanno il controllo pressoché assoluto di intere zone urbane e in cui “l’80% dei poliziotti è complice del crimine e lavora per il crimine organizzato”; il centro più importante di un Paese che vanta “il maggior numero di omicidi nel mondo”. Questa è la Rio de Janeiro descritta in Crimine e favelas: questa è la città che ha ospitato, nel giro di appena 2 anni, prima la finale della Coppa del Mondo di Calcio e poi le Olimpiadi. E tuttavia si sbaglierebbe a considerare il libro di Luigi Spera, pubblicato da Eiffel Edizioni, solo un atto d’accusa contro l’assegnazione di eventi sportivi così importanti ad una metropoli lacerata da gravissimi problemi sociali. Lo scopo di Spera è invece soprattutto un altro: raccontare in che modo sia nato e si sia poi sviluppato un fenomeno – quello delle favelas – di cui tutti hanno bene o male sentito parlare, ma di cui in pochi hanno reale contezza. E nel perseguire questo scopo, l’autore si concentra in modo particolare su uno degli elementi distintivi dei quartieri fatiscenti di Rio: il crimine, più o meno organizzato, nelle sue varie forme ed evoluzioni.

Il libro si apre con una lunga ricostruzione storica, che ripercorre lo sviluppo urbanistico di Rio sin dalla sua fondazione per mostrare le ragioni che, a partire dagli ultimi anni del’’800, hanno determinato la crescita inarrestabile delle favelas. Una ricostruzione essenziale ma tutto sommato esaustiva, malgrado qualche approssimazione di troppo nell’esposizione dei dati più specifici. Una ricostruzione, inoltre, interessante soprattutto se analizzata (e riletta) col senno del poi, cioè sapendo già cosa è avvenuto nella ex capitale brasiliana in tempi più recenti. È così che si notano alcuni dettagli significativi della storia urbanistica e sociale di Rio. Innanzitutto un apparente paradosso: e cioè il fatto che proprio negli anni in cui la metropoli cercava per la prima volta di rinnovarsi dal punto di vista estetico e farsi scenario di grandi eventi, trasformandosi nella “Città meravigliosa” in grado di ospitare l’Expo nazionale del 1908, esplose quel fenomeno di ghettizzazione del disagio che portò alla proliferazione delle favelas. In secondo luogo, si nota il costante ritardo delle istituzioni nel prendere coscienza dei problemi sociali delle zone urbane più disagiate (il primo censimento delle favelas viene fatto nel 1949, quando i favelados sono ormai oltre 300mila). Una lentezza che si coniuga in modo ricorrente, nel corso di oltre mezzo secolo, alla tendenza degli amministratori di qualsiasi colore politico ad imporre progetti calati dall’alto senza il minimo coinvolgimento dei residenti nelle favelas. E dunque, anche per questo, destinati a fallire.crimine-e-favela_copertina

Spera offre poi una approfondita analisi della criminalità presente nelle favelas di Rio. Racconta la nascita delle prime organizzazioni, alla fine degli anni ’60, e in particolare si sofferma sulla più importante di tutte, quel Comando Vermelho che ha trovato proprio in un carcere di massima sicurezza nei dintorni di Rio il suo luogo d’incubazione. È un passaggio di grande importanza, perché proprio l’affermazione del Comando Vermelho segna il momento di transizione da una criminalità di strada, che si potrebbe definire di sussistenza, ad una criminalità organizzata, che ruota intorno al traffico di droga. Si affermano così bande con una struttura gerarchica precisa – descritta con cura nel libro – anche se non strettamente verticistica, con boss (donos) 25enni e una manovalanza fatta di killer, corrieri e vedette che, nella media, a malapena supera i 20 anni.

Ma se tutte queste sono anomalie che non appartengono solo al microcosmo delle favelas carioca – mentre si sfogliano le pagine sui boss ragazzini, ad esempio, è difficile non pensare alla Paranza dei bambini di Napoli – l’assurdità più peculiare degli ambienti descritti da Spera è rappresentata dal ruolo che nelle favelas svolgono le forze dell’ordine. Agenti corrotti, complici dei narcos, squadre di milizie semi-private che, dietro l’ambigua giustificazione di voler ripulire in ogni modo i quartieri malfamati dalle bande criminali, si trasformano in vere e proprie organizzazioni mafiose, e magari anche in partiti politici. Tutto ciò fa sì che la differenza tra bene e male, e tra i rispettivi rappresentanti, sia alquanto difficile da stabilire. Sia per i lettori di Crimine e favelas, sia per chi – racconta Spera – nella favelas ci vive.

Le anomalie nel funzionamento delle forze dell’ordine, però, non terminano qui. La questione non ha soltanto a che fare con la corruzione che dilaga tra le divise. Si tratta piuttosto di una stortura connessa alla concezione di sicurezza pubblica, che tuttora resta, scrive Spera, “quella sviluppata degli anni ‘80 e ‘90, profondamente influenzata dalla dottrina della sicurezza nazionale che durante la dittatura militare si radicò nel quotidiano”. Dopo la fine del regime, però, non è mai stata ipotizzata “una riforma in senso anche dottrinario della polizia. Il focus delle attività della stessa è semplicemente  passato  dal  sovversivo  politico,  alla  parte  più  miserabile della popolazione e al territorio da questa occupata”.

Tutto ciò è alla base anche dei fallimenti – e qui si viene alla parte più attuale del libro, forse la più interessante – dei vari progetti di recupero delle favelas. Che sono stati sempre ispirati, fatte salve poche velleitarie eccezioni, a un’idea di scontro frontale, di occupazione a mitra spianati del territorio controllato dalle bande criminali. Il tutto senza mai pensare a come migliorare la vita quotidiana nelle aree urbane più degradate.

Nel 2008 l’ennesimo tentativo. È l’anno del lancio della cosiddetta “pacificazione” delle favelas carioca attraverso la UPP (Unidade de Policia Pacificadora), in vista dell’avvicinarsi della Coppa del Mondo di Calcio e dell’assegnazione dei Giochi Olimpici. Ennesimo insuccesso. Da un lato perché, ancora una volta, la pacificazione è consistita in una “esportazione guerreggiata di democrazia e di pace manu militari”, col risultato di decine e decine di morti, abusi e violenze. Dall’altro perché le scelte del governo hanno innescato un’operazione finalizzata meramente a riscattare l’immagine dei quartieri interessati dai cantieri olimpici, e a garantire così la tutela delle sole “zone nobili e turistiche della città, fulcro di una selvaggia speculazione economica nel segno della gentrification”.

La priorità erano i Giochi. La pacificazione può attendere. E non a caso il progetto della UPP si è interrotto definitivamente pochi mesi prima della cerimonia d’apertura del Maracanà.