La delusione per lo schianto di Schiaparelli sul suolo di Marte non è ancora del tutto passata, ma i ricercatori italiani restano in prima fila nello studio del corpo celeste che potrebbe essere conquistato dall’uomo nel 2030. Un anno fa destò stupore la notizia che ci fossero ruscelli di acqua salata sul pianeta Rosso e quindi sembra plausibile l’ipotesi che per centinaia di milioni di anni Marte fu ricco di fiumi e oceani. Le conclusioni dello studio, guidato da  Francesco Salese, dell’università D’Annunzio di Pescara e Chieti, sono state pubblicate sulla rivista Journal of Geophysical Research. E i dati analizzati sono stati raccolti dalle sonde dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) e della Nasa.

Nel corso di questi anni, diverse missioni di esplorazione marziane hanno dimostrato che Marte nel suo lontano passato, quasi 4 miliardi di anni fa, era ricco di fiumi, laghi e mari ma quanto sia durata questa fase è ancora oggetto di dibattito. Con certezza si sa infatti che il clima caldo e umido di quel primo periodo mutò trasformando il pianeta in un gelido deserto privo di acqua liquida in superficie. I tempi di questa radicale trasformazione non sono certi e secondo alcune teorie la fase umida potrebbe essere durata poche migliaia di anni, troppo poco per permettere la nascita di forme di vita.

Ma i dati della sonda europea Mars Express e l’americana Mars Reconnaissance Orbiter (Mro) relativi al bacino Hellas, uno dei più grandi crateri da impatto dell’intero Sistema Solare offrono nuove indicazioni. Le analisi dimostrano infatti la presenza anche di uno strato di rocce sedimentarie, materiali formati da depositi in ambienti acquatici, parzialmente scoperto dall’erosione. Depositi risalenti a 3,8 miliardi di anni fa che dimostrano che la presenza di acqua “deve essere durata per un lungo periodo di tempo, nell’ordine di centinaia di milioni di anni”, ha spiegato Salese. Il sito dimostrerebbe quindi che Marte ospitò vasti mari per un periodo molto lungo, tanto da offrire le condizioni possibili allo sviluppo della vita.

Lo studio sul Journal of Geophysical Research

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