La Lega Nord, con il senatore Paolo Arrigoni, la chiama “ecoschifezza”. Le associazioni ambientaliste, in modo più sobrio, dicono che è una “riforma sbagliata”, ma mai come questa volta si trovano sulla stessa linea, fortemente critica. La riforma della legge sui parchi ottiene il primo ok al Senato e passa alla Camera, ma riceve più di una critica, anche perché le modifiche richieste dagli ambientalisti in fase di discussione anche in commissione sono state perlopiù ignorate. L’aspetto più contestato, come aveva già spiegato nelle scorse settimane ilfatto.it, è che negli organismi dirigenti dei parchi ci sarà sempre più spazio per spartizioni politiche e sempre meno per partecipazione di cittadini e associazioni.

A votare la riforma, nel primo passaggio a Palazzo Madama, sono state la maggioranza (Pd e partiti di centro) insieme a Forza Italia. Si tratta di un provvedimento che aggiorna la legge originaria, la 394 del 1991. Contrarie le opposizioni, in testa Lega, Sel e M5s.

Per il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, che sintetizza così lo spirito della riforma, “I parchi devono rimanere un presidio naturalistico, ma anche uno strumento di promozione dell’economia locale”. Di tutt’altra opinione le associazioni ambientaliste che hanno diffuso un comunicato congiunto durissimo, firmato da Legambiente, Wwf, Greenpeace, Cai, Lav, Lipu, Marevivo, Fai, Italia Nostra, Mountain Wilderness e altre. Gli ambientalisti denunciano le “gravi modifiche” applicate al testo al Senato e che sono stati appunto inascoltati dai parlamentari. Si tratta, aggiungono, “una modifica della governance delle aree protette che peggiora la qualità delle nomine e non definisce strumenti di partecipazione dei cittadini né la previsione di comitati scientifici; una governance delle Aree marine Protette che non prevede alcuna partecipazione delle competenze statali; l’assenza di competenze specifiche in tema di conservazione della natura di presidente e direttore degli Enti Parco; un sistema di ‘royalties’ che deve essere modificato per evitare di mettere sotto ricatto i futuri pareri che gli enti parco su queste dovranno rilasciare; l’istituzione di un fantomatico Parco del Delta del Po senza che venga definito se si tratti o meno di un parco nazionale”.

Stefano Vaccari, capogruppo del Pd in commissione Ambiente al Senato, dal canto suo spiega che “il testo riforma la governance dei parchi e semplifica la burocrazia: snellisce le procedure di nomina del presidente e ne rafforza le competenze manageriali, istituisce la selezione pubblica per il direttore, allarga la partecipazione degli stakeholder nei consigli”. La riforma per Vaccari “affida agli enti di gestione dei parchi anche le aree protette contigue e prevede l’estensione a mare dei parchi terrestri. Sancisce il divieto di caccia, stabilisce una gerarchia di intervento per l’eradicazione controllata delle specie dannose. La legge dà una delega al Governo per la remunerazione dei servizi forniti dagli ecosistemi e prevede royalty per impianti e reti energetiche”. La Coldiretti apprezza in particolare “la partecipazione degli agricoltori nei consigli di gestione delle aree protette”. Con la riforma per Coldiretti i parchi diventano “laboratori di sviluppo della multifunzionalità agricola” e rendono “protagoniste le collettività residenti”.