Il leader di Ala Denis Verdini rischia un’altra condanna. La Procura di Roma ha infatti chiesto per il senatore ex berlusconiano e ora garante delle riforme (e della tenuta della maggioranza al Senatouna pena di 4 anni al termine del processo sulla cosiddetta P3, una presunta associazione che puntava tra l’altro ad influenzare e condizionare gli organi costituzionali, tra cui la stessa Consulta. Di questo comitato d’affari segreti avrebbero fatto parte anche l’imprenditore Flavio Carboni – per il quale il pm ha chiesto una condanna a 9 anni e mezzo -, l’ex giudice tributarista Pasquale Lombardi – per il quale è stata sollecitata una pena di 8 anni e mezzo – e un altro imprenditore, Arcangelo Martino, al quale secondo i magistrati dell’accusa deve essere inflitta una pena di 8 anni e mezzo. Per questi tre i contestati sono associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla violazione della legge Anselmi sulle società segrete. Secondo l’impianto accusatorio, infatti, tra il 2009 e il 2010 Carboni, Martino e Lombardi sono stati i promotori dell’associazione, mentre Verdini – che era coordinatore di Forza Italia – è accusato solo di corruzione perché si sarebbe adoperato per facilitare il gruppo. Il senatore, leader di Ala, spesso indispensabile per la tenuta del governo, è imputato ancora in 5 processi, compreso questo. Il sesto si è concluso a causa della prescrizione: in primo grado era stato condannato a 2 anni per corruzione nel processo per la costruzione della Scuola dei Marescialli di Firenze.

Nel processo P3 sono finiti diversi imputati per episodi differenti tra loro. La P3, secondo l’accusa, aveva come scopi ”la realizzazione di una serie indeterminata di delitti di corruzione, abuso d’ufficio, illecito finanziamento dei partiti, diffamazione e violenze private”. Obiettivo della P3 inoltre era anche quello, secondo l’accusa “di condizionare il funzionamento degli organi costituzionali”.

Sono pezzi di un mondo parallelo, un sottobosco dello Stato che secondo i pm volevano deviare appalti, pezzi delle istituzioni, magistrature, la vita ordinaria dei partiti. Si va dagli affari dell’eolico in Sardegna, settore al quale si era avvicinato lo stesso Carboni, ai dossier diffamatori contro il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro, dalle presunte pressioni sulla corte d’appello di Milano per riammettere la Lista Formigoni fino all’accusa più inquietante: voler avvicinare i giudici della Corte Costituzionale per capire in anticipo e condizionare l’orientamento degli alti magistrati sul Lodo Alfano, sul quale si sarebbero pronunciati di lì a poco. Il lodo Alfano prevedeva la sospensione del processo penale nei confronti delle 4 più alte cariche dello Stato, compresa quella di presidente del Consiglio. E infatti Silvio Berlusconi usò la legge nel periodo in cui questa rimase in vigore (poco più di un anno, tra il 2008 e il 2009) nei processi per la corruzione dell’avvocato David Mills e in quello per la compravendita di diritti televisivi. Il lodo Alfano fu comunque bocciato dalla stessa Corte costituzionale.

Il pm ha chiesto in tutto 18 condanne e un’assoluzione. In particolare per vari episodi diversi tra loro sono stati chiesti 5 anni di corruzione per l’ex primo presidente della Cassazione Vincenzo Carbone, un anno e mezzo per l’ex sottosegretario all’Economia del governo Berlusconi Nicola Cosentino (ora in carcere per concorso esterno) e un anno per l’ex presidente della Regione Sardegna Ugo Cappellacci. La pena di un anno è stata chiesta anche per l’ex coordinatore toscano di Forza Italia e ora deputato di Ala Massimo Parisi (1 anno). Tra gli altri politici coinvolti anche l’ex assessore regionale in Campania e attuale sindaco di Pontecagnano (Salerno) Ernesto Sica che con Cosentino produsse – secondo l’accusa – il dossier contro Caldoro. Fu colui che disse proprio ad Arcangelo Martino: “Tengo Berlusconi per le palle”.

Tra gli altri imputati per cui è stata chiesta la condanna il legale rappresentante della società Società Toscana di Edizioni Pierluigi Picerno (1 anno), il presidente di un consorzio ed ex assesspre provinciale dell’Udc a Cagliari Pinello Cossu (2 anni), il presidente dell’Arpa Sardegna Ignazio Farris (1 anno). E ancora gli imprenditori Alessandro Fornari (2 anni) e Fabio Porcellini (1 anno e 6 mesi), i prestanome Giuseppe Tomassetti (1 anno, collaboratore di Carboni), Antonella Pau (3 anni, compagna dello stesso faccendiere) e Maria Laura Scanu Concas (1 anno). La Procura ha chiesto anche di condannare a una multa da 10mila euro Stefano Porcu, direttore di Unicredit a Iglesias.

La parte “sarda” del processo riguarda appunto i permessi per impianti dell’energia eolica alla quale Carboni era interessato. La parte “verdiniana” (Verdini, Parisi, Picerno, Pau, Tomassetti) riguarda giri di soldi che riguardarono la Società Toscana di Edizioni e che finirono a Verdini.

L’assoluzione è stata invece chiesta per Marcello Garau dirigente del comune di Porto Torres. Dal processo è stata invece stralciata la posizione di Marcello Dell’Utri il quale sarà giudicato da un’altra sezione del tribunale.

E’ in questo processo che Verdini, esaminato in udienza da imputato, si definì in un semplice “facilitatore“: “Risolvo i problemi come Wolf – disse in aula – Sono rapido”. Il senatore fiorentino negò che fosse una loggia, quello piuttosto era un “coacervo di millanterie” spiegò ai giudici. Secondo i pm il simbolo di quell’accordo fu un pranzo proprio a casa di Verdini, avvenuto il 23 settembre 2009. Era nato come un incontro a tre, con Marcello Dell’Utri e Arcibaldo Miller, magistrato, capo degli ispettori del ministero della Giustizia. A Miller, secondo Verdini, lui e Dell’Utri avrebbero chiesto la disponibilità a candidarsi alle Regionali in Campania. Ma alla fine si presentarono in otto, “a mia insaputa” raccontò Verdini. Tra gli otto c’erano Carboni, l’ex assessore comunale di Napoli Arcangelo Martino, Pasquale Lombardi, l’avvocato generale in Cassazione e ex presidente dell’Anm Antonio Martone e l’allora sottosegretario alla Giustizia del governo Berlusconi Giacomo Caliendo. Secondo Verdini, tuttavia, quello fu un “pranzo da niente, da non ricordare: in cui ciascuno parlava dell’argomento che gli stava a cuore, dai convegni con i magistrati al Lodo Alfano, alla riforma della giustizia”.