“L’Ungheria deve rispettare i suoi impegni sui ricollocamenti”, afferma il portavoce della Commissione Ue, Margaritis Schinas. In contemporanea, dal Parlamento di Budapest, il premier Viktor Orban pronuncia parole di segno opposto, annunciando il progetto di modifica della costituzione per imporre un divieto di accoglienza di cittadini stranieri nel suo Paese senza l’approvazione del Parlamento. Il botta e risposta, tra Bruxelles e Budapest, arriva all’indomani del fallito referendum sulle quote dei migranti tenutosi in Ungheria. E chi credeva che il mancato raggiungimento del quorum potesse portare ad una distensione del clima tra Orban e le diplomazie europee, deve evidentemente ricredersi.

La Commissione, da parte sua, nel commentare i risultati della consultazione ungherese esorta il governo di Budapest ad accettare le norme contenute nel piano comunitario sui migranti approvato un anno fa. “I ricollocamenti già decisi – ammonisce Schinas – sono obbligatori e devono essere rispettati”. In caso contrario, Bruxelles “si riserva di decidere azioni”. Schinas ha inoltre aggiunto che se il presidente Orban ha intenzione di visitare la capitale belga nei prossimi giorni, come riportano alcuni media, “la porta del presidente Jean-Claude Juncker è sempre aperta”. Al momento non risulta comunque nessuna richiesta di appuntamento, ha precisato il portavoce, che ha poi concluso: “Sta al governo ungherese decidere ora come gestire il risultato del referendum”.

Quello stesso risultato che però, secondo Orban, ammette e anzi impone un rilancio dei progetti di controllo delle frontiere. Il quorum non è stato raggiunto, è vero, ma quei 3,2 milioni di cittadini che si sono pronunciati per il No ai ricollocamenti imposti da Bruxelles costituisce, per il premier magiaro, un segnale inequivocabile che non può essere ignorato. “Il referendum di domenica ha raggiunto l’obiettivo: ora sappiamo che cosa vogliono gli ungheresi circa la migrazione di massa”, ha esordito Orban di fronte all’Assemblea nazionale dei deputati. E muovendo da questa premessa, ha poi annunciato l’avvio di un iter di riforma della Costituzione “nello spirito del referendum” per imporre una nuova stretta sull’accoglienza. Una commissione preparerà il testo della modifica, anche se il Parlamento di Budapest non è tenuto a recepirlo a causa del mancato raggiungimento del quorum.

Poi, gli attacchi diretti all’Unione. “La burocrazia di Bruxelles e la sinistra europea – ha dichiarato Orban – ritengono utile l’immigrazione di massa. È in corso nell’Ue un’accoglienza organizzata e mirata”, contro la quale l’Ungheria, confortata dal risultato del referendum, intende lottare, pur sapendo che “sarà una lotta lunga e difficile”. Il premier ungherese ha promesso tutto il suo impegno nel far valere la posizione del suo Paese in sede comunitaria, pur riconoscendo che “il partito dell’accoglienza è forte e ha mezzi a sufficienza per far valere la propria volontà”. Alludendo, infine, alle recinzioni costruite nel confine meridionale per bloccare l’accesso dei richiedenti asilo, Orban ha ribadito che la difesa “a sud è vana se si inviano da Occidente coloro che non sono entrati nell’Unione europea dall’Ungheria”.