Ridurre il numero sia dei senatori che dei deputati con le rispettive indennità, fiducia al Governo espressa solo dalla Camera dei deputati, istituzione di una bicamerale per accelerare il processo legislativo. E ancora: potenziamento di referendum e iniziativa legislativa popolare ed eliminazione del Cnel. Cinque punti sottoscritti da quattro costituzionalisti – Gianfranco Pasquino, Andrea Pertici, Maurizio Viroli, Roberto Zaccaria – per apportare alcune modifiche sostanziali alla Costituzione senza, però, cambiarla come vorrebbe il referendum di novembre.

Si tratta di un lavoro, dicono i giuristi, condotto con “cura, pazienza e attenzione” e che “in sede scientifica e parlamentare” è stato portato avanti in particolare da Giuseppe Civati, alla Camera, e Vannino Chiti e Walter Tocci, con alcuni altri parlamentari, al Senato” e che contiene “alcuni dei motivi che giustificano il NO al referendum costituzionale”. “Se venisse approvata questa cattiva riforma – spiegano – si creerebbero molti problemi nel nostro ordinamento e ci potrebbero volere altri vent’anni per abrogarle e fare cose migliori. Quindi conviene evitare tutto questo e riprendere il cammino molto più semplice delle revisioni costituzionali leggere e condivise”.

Per prima cosa, per contenere i costi, i giuristi ritengono necessario ridurre gli eletti di entrambe le Camere a “470 deputati e 230 senatori (senza senatori a vita), per un totale di settecento parlamentari“. Una diminuzione “che supera di 30 unità quella proposta dal governo“. E propongono un’indennità “ancorata ad uno stipendio decoroso e più basso come quello dei professori universitari (non quello dei Presidenti di Cassazione)”. Riduzione anche dei rimborsi, “lasciando quelli per l’alloggio a Roma a chi non vi vive già e mettendo a carico della Camera d’appartenenza le spese per il collaboratore e alcuni servizi per lo svolgimento dell’attività parlamentare”. I costituzionalisti propongono inoltre che la fiducia sia “espressa solo dalla Camera dei deputati”, per “evitare le difficoltà di formazione di un governo nel caso di risultati parzialmente diversi nelle due Camere ma anche a liberare il Senato dal vincolo politico con l’esecutivo consentendogli una migliore attività di controllo (come quella su alcune nomine pubbliche, secondo il sistema dell’advice and consent statunitense)”.

Nelle proposte, poi, si propone di istituire “una commissione paritetica bicamerale (composta cioè dallo stesso numero di deputati e di senatori), da attivare nel caso in cui le Camere assumano posizioni differenti, al fine di licenziare più facilmente un testo chiaro e condiviso”. Necessario anche potenziare gli istituti di democrazia diretta, cioè “referendum e iniziativa legislativa popolare”. Le riforme, proseguono, “non devono essere fatte per ‘lasciare governare’ qualcuno, senza alcun controllo, rendendo i cittadini sovrani solo un giorno ogni cinque anni, ma devono dare a questi ultimi la possibilità di incidere anche tra un’elezione e l’altra”. Ultimo punto: abolizione del Cnel, “visto che ha funzionato con scarsa efficacia”.