Il rumore delle cancellate quando si aprono è un suono che rimane in testa. È metallico, prolungato, a tratti stridulo. Lo sentiamo una volta, due, tre. Poi da una porta con le sbarre escono due ragazzi. Tuta e cappello in testa, vanno a passeggiare nel giardino. “Questa è la Rems – dice Alfredo Sbrana, direttore della Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza di Volterra – Da quando ha aperto abbiamo avuto cinque dimissioni”. 

Dagli ospedali psichiatrici giudiziari alle Rems
Le Rems sono strutture previste dalla legge 81, la stessa che ha fissato per il 31 marzo 2015 la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. In tutta Italia sono 23. Secondo Franco Corleone “arriveranno a 30” quando tutte le regioni saranno pienamente operative. Corleone è stato nominato commissario dal governo per il superamento di quegli Opg che, nonostante la legge, rimangono aperti e che, a oggi, “ospitano ancora 74 persone”. La Rems è il luogo a cui, su decisione del giudice, può essere destinato un reo dichiarato incapace di intendere e di volere. Tuttavia ha un carattere residuale. Prima cioè di disporre l’ingresso in Rems è necessario prendere in considerazione tutte le altre possibilità, quelle non detentive. E se negli Opg si configurava il fenomeno degli ergastoli bianchi, cioè la possibilità di stare rinchiusi per un tempo non determinato, la nuova legge prevede che la durata di una misura di sicurezza in Rems non possa essere superiore al massimo edittale della pena prevista per il reato. Perciò da queste residenze a un certo punto si esce. 

In caso di alto rischio di reiterazione del reato non c’è un termine alla permanenza 
“Noi ospitiamo dieci uomini. Da quando abbiamo aperto ci sono state otto dimissioni, per una durata media della permanenza di circa sei mesi. Chi è uscito è stato mandato, in libertà vigilata, presso le proprie famiglie o presso comunità terapeutiche”, sottolinea Giuseppina Paulillo, responsabile della Rems di Casale di Mezzani, in provincia di Parma. Dalla Rems di Volterra, invece, sono già uscite cinque persone. Non tutti i pazienti, o ospiti, come li chiamano a Parma, sono però uguali. Per qualcuno la permanenza nella Rems non ha un tempo stabilito. “Ci sono alcune persone interessate da un alto rischio di reiterazione del reato commesso – dice Alfredo Sbrana – per loro non è possibile intravedere, nell’immediato, il momento dell’uscita. Il discorso del limite del massimo edittale della pena è vero, ma se un individuo ha alle spalle tre omicidi avrebbe comunque tre ergastoli da scontare”.

Il popolo delle Rems: “Pazienti? No, ospiti”
Alcuni dei pazienti che entrano in Rems provengono da luoghi di cura, altri dal proprio domicilio. Poi ci sono le persone che sono state trasferite dai vecchi ospedali psichiatrici giudiziari. Dicono di aver vissuto in “un ambiente carcerario, chiuso, con ore d’aria e scarsi contatti con l’esterno – dice Gianfranco Frivoli, psichiatra della Rems di Casale di Mezzani – Noi dobbiamo dare loro possibilità di confronto diverse”.

Le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, secondo lo spirito della legge 81, non devono essere organizzate come carceri, ma come strutture sanitarie. Secondo Corleone “più che come ospedali, devono essere viste come comunità”. La logica è quella riabilitativa, “non ci deve essere contenzione”, sottolinea l’esperto. “Noi siamo medici, non siamo i carcerieri di nessuno – dice Pietro Pellegrini, direttore del dipartimento assistenziale integrato salute mentale, Ausl di Parma – Nella Rems le persone vanno curate. Chi la considera unicamente una struttura per misure di sicurezza detentive sbaglia”.

La logica riabilitativa e curativa delle Rems fa sì che, intorno a esse, ci sia tutta una serie di strutture territoriali coinvolte nella cura del paziente. L’ospite è comunque proiettato verso un reinserimento nel suo territorio di origine. Essendo questo lo scopo principale delle Rems, le strutture non dovrebbero avere le sbarre che caratterizzavano la fisionomia dei vecchi Opg. La vigilanza dovrebbe essere esterna e prevedere la presenza di un paio di guardie giurate. La videosorveglianza non dovrebbe entrare negli ambienti privati dei pazienti. Ma come si può far coesistere intento curativo e necessità di sicurezza? “Qui non c’è il controllo della polizia penitenziaria – dice Sbrana – Facciamo affidamento sul clima che riusciamo a creare. Persone che in altre strutture erano portate a gesti aggressivi, qui sono state tranquillissime, perché c’è un clima di attività e progetti di uscita”.

Sbarre, cancelli e quei pazienti “meno tranquilli”
Arrivando alla Rems di Volterra, però, colpiscono le alte cancellate che circondano tutta la struttura. Poi ne appaiono altre all’interno, ci sono un cortile recintato adibito a zona fumatori e porte che si aprono solo dopo aver suonato un campanello, unicamente se tutte le altre sono chiuse. “Questa struttura l’abbiamo trovata così, con recinzioni e sbarre – spiega Sbrana – ma si può anche pensare di cambiare organizzazione”. Quella recinzione attorno al cortile fumatori verrà abbattuta, assicurano. Dove i corridoi non sono sbarrati da cancellate gli ambienti ricordano quelli di un ospedale, con i pazienti in pantofole che passeggiano qua e là.
Alcuni degli ospiti sembrano liberi di muoversi all’interno della struttura, c’è chi frequenta un corso d’inglese nella sala mensa e chi passeggia in cortile. Altri si trovano nelle loro stanze, alcune delle quali hanno la porta aperta. Un uomo passeggia avanti e indietro nel giardino, ha una sigaretta in bocca e ci saluta. Non vuole essere ripreso, e come lui molti altri. Ma non tutti i pazienti sono uguali. Qualcuno mantiene un rischio di gesti aggressivi alto e in quei casi è previsto un percorso particolare. “La riabilitazione non cancella l’aggressività di un piccolo numero di pazienti – dice il direttore – Per loro è previsto un percorso diversificato più dilatato nel tempo. In questi casi un certo grado di contenzione rimane. Qui a Volterra sono un paio su 26 e stanno da soli in camera”. Quando ci avviciniamo a una di queste stanze il direttore ci dice che è “meglio non entrare. Non sappiamo come può reagire”.

“Uscire dalla porta a testa alta”
Anche alla Rems di Casale di Mezzani c’è una stanza destinata ai soggetti meno tranquilli. Si chiama stanza della de-escalation. Serve per gli ospiti “particolarmente agitati”, che vengono accompagnati dagli operatori e fatti calmare. L’ambiente è piccolo, spoglio, con un’unica sedia accanto alla finestra. Le pareti sono in cartongesso. Gianfranco Frivoli sottolinea che non hanno mai utilizzato questa stanza per il suo scopo originario, ma l’ambiente è stato destinato al teatro. La struttura non ha cancellate all’interno che sbarrano i corridoi e la recinzione attorno al perimetro non è invadente. Superato il cancello che dà sul cortile, il portone d’ingresso è aperto.

Appena entriamo attira la nostra attenzione l’albero di Natale che troneggia nel corridoio principale. “Abbiamo deciso di lasciarlo anche dopo le feste – spiega Frivoli – perché ci attacchiamo foto e ricordi. E’ una sorta di bacheca vivente di ciò che accade nella Rems”. Qui, a differenza di Volterra, medici e infermieri non indossano il camice. Quasi tutte le finestre sono aperte e c’è un ampio cortile esterno con orto, rete da pallavolo, canestro per il basket. I pazienti della struttura sono dieci e ne abbiamo visti almeno sei camminare liberamente all’interno del perimetro della struttura.

Nel corridoio incontriamo Mario, nome di fantasia. Lui, dice, non ha problemi a essere ripreso, guarda dritto in camera: “Sono qui da febbraio. Penso che rimarrò altri tre o quattro mesi. Sta andando tutto bene. Questa è la sanità, non ha niente a che vedere né con l’Opg né col carcere. Noi usciamo, ci portano in giro, stiamo con i nostri familiari”. Mario dice che, nei limiti della situazione che sta vivendo, non si trova male a Casale di Mezzani. Qualche paziente però, ha tentato di fuggire. L’hanno raggiunto quasi subito. “Loro devono capire che arriveranno a uscire dalla porta a testa alta, non ha senso scavalcare la recinzione. La Rems per noi rappresenta una possibilità di cura, non ci interessa solo come mero strumento di esecuzione di una misura di sicurezza detentiva. Noi vogliamo che, ad un certo punto, le porte restino aperte. Vogliamo che le persone rimangano qui non perché sono costrette, ma perché considerano questa esperienza come un’opportunità”.

L’emendamento al ddl penale che rischia di “riaprire la stagione degli Opg”
Questo quadro, però, è già messo a repentaglio da un emendamento al ddl di riforma del codice penale, approvato in Senato prima della pausa estiva: secondo il Comitato nazionale Stop Opg, la proposta di modifica “rischia di riaprire la stagione degli ospedali psichiatrici giudiziari, disponendo il ricovero nelle Rems esattamente come se fossero i vecchi Opg”. In pratica “saranno inviati nelle strutture regionali, già sature, i detenuti con sopravvenuta infermità mentale e addirittura quelli in osservazione psichiatrica“. In questo modo, per il Comitato, “non solo si ritarda ulteriormente la chiusura degli Opg rimasti aperti (Montelupo Fiorentino e Barcellona Pozzo di Gotto), ma le Rems diventano a tutti gli effetti i nuovi ospedali psichiatrici e la loro funzione non sarà più ‘residuale’, cioè destinata ai pochi casi in cui le misure di sicurezza alternative alla detenzione si ritiene non possano essere assolutamente praticabili”.