Sono 92 le organizzazioni criminali presenti nel Lazio: un numero in aumento rispetto al 2015 quando erano stati censiti 88 gruppi operanti nel territorio romano e nel resto della Regione. Si tratta di famiglie, cosche e clan, nonché consorterie autoctone che hanno operato e operano in associazione fra loro, commettendo reati aggravati dal metodo mafioso e con la finalità di agevolare le organizzazioni criminali di cui fanno parte. Una situazione complessa e non paragonabile a nessun’altra area italiana, di cui ci parla il II Rapporto “Mafie nel Lazio” presentato a Roma, alla Casa del Jazz e curato dall’Osservatorio Tecnico-Scientifico per la Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio, in collaborazione con Libera.

Secondo le statistiche fornite dalla Direzione distrettuale antimafia, i procedimenti per 416bis, associazione a delinquere di stampo mafioso nel 2015 sono stati 22, 75 per reati aggravati dalla contestazione dell’articolo 7, ossia dall’uso del metodo mafioso, 215 quelli per traffico di droga.
Sulla capitale e nel territorio della provincia incidono circa 76 clan.

A essere presenti nella capitale sono le mafie tradizionali (’ndrangheta, camorra e Cosa nostra), ma anche organizzazioni criminali nate in alcuni casi da una metamorfosi delle proiezioni mafiose sul territorio romano, in altri da una contaminazione del loro modo di operare. A questi si aggiungono gruppi criminali di natura “originaria e originale”, come Mafia Capitale. Organizzazioni criminali che si misurano e spesso si integrano con la malavita romana e con un ampio sistema di reti di corruzione: “Roma ha un grosso problema che si chiama corruzione – spiega il procuratore aggiunto Michele Prestipino – ed è una città che per le opportunità che offre è sempre stata un grande mercato di investimenti da parte delle organizzazioni criminali che hanno accumulato ricchezze altrove”. Un modello, ha continuato, “che ha comportato che la mano, spesso mafiosa, produttrice di quelle ricchezze, a Roma non si vedeva, per il timore di essere riconosciuta. Le indagini degli ultimi 3 anni ci stanno mostrando che stiamo entrando in una nuova fase: la mano mafiosa che ha prodotto la ricchezza si inizia a vedere. E non lo fa per disattenzione, ma per scelta: sempre più ci troviamo di fronte a personaggi che portano visibile il marchio della mafiosità”.

Inoltre, ciò che si evidenzia, non è più solo una convivenza di gruppi criminali, come spiega Giampiero Cioffredi, presidente dell’Osservatorio: “Fino a un certo punto le mafie operavano ognuno per conto proprio. Ora siamo arrivati a rilevare la nascita di cartelli comuni, di organizzazioni che non guardano solo alla delocalizzazione degli affari, ma a costruire strutture operative anche serie”.

In questa seconda edizione del Rapporto, si provano a delineare anche potenziali rilevatori dell’ingresso di capitali illeciti di origine mafiosa e criminale, che alterano il mercato economico, attraverso l’esercizio del potere d’intimidazione mafioso e la contiguità con le reti di corruzione attive sul territorio. Così, vengono censiti i provvedimenti interdittivi emessi dalla Prefettura nei confronti delle aziende che operano nella regione: secondo i dati forniti in accordo con la Dia, nel Lazio sono 27 i provvedimenti di informazione antimafia emessi dal 1° gennaio 2015 al 1° gennaio 2016. Per quel che riguarda la procedura di accesso ai cantieri effettuata dai Gruppi Interforze istituti presso le Prefetture-Utg del Lazio dal 1° gennaio 2013 al 1° gennaio 2016 nella regione ci sono stati 17 accessi ai cantieri, 238 sono state le imprese rilevate, 970 le persone identificate e 455 i mezzi controllati.

Inoltre, sul fronte economico-finanziario i dati messi a disposizione della Banca d’Italia raccontano di 8948 segnalazioni per operazioni sospette. In questo scenario fatto di spaccio, usura, riciclaggio, traffico d’armi, corruzione, estorsioni e violenza non da meno è il Basso Lazio dove sono presenti 27 clan mafiosi, 18 solo nella provincia di Latina: “Il Questore di Latina De Matteis in Commissione Antimafia ha chiesto una maggiore attenzione nel territorio e speriamo che questo accada. In realtà ciò che mi inquieta di più – ha concluso Giampiero Cioffredi – è la debolezza degli anticorpi complessivi: parlo della politica, delle forze sociali e anche della società civile”. Parole a cui fa eco Prestipino che si augura, per la prossima edizione del rapporto “un maggiore impegno anche da parte della politica e della pubblica amministrazione, perché senza quell’impegno tutto quello che noi facciamo resta vano”.