Non solo armi, droga, appalti truccati e traffico di rifiuti. La criminalità organizzata ha un nuovo business: i sacchetti di plastica bio taroccati. Bioshopper che sono tutto, fuorché biodegradabili. Si calcola che la metà dei sacchetti in circolazione è illegale, per un totale di circa 40mila tonnellate di finta plastica eco-sostenibile. La percentuale sale però al 90 per cento in Campania dove la camorra si è impossessata del mercato delle buste: comprano all’ingrosso e obbligano i commercianti ad acquistare. Per questo è partita la campagna Legambiente che ha lanciato una campagna per accendere i riflettori su questo nuovo giro malavitoso, #UnSaccoGiusto, con testimonial d’eccezione Fortunato Cerlino, il superboss Pietro Savastano della serie tv Gomorra. L’attore ha prestato la sua immagine per un cortometraggio di denuncia sul nuovo business illegale. La campagna vuole chiamare all’azione anche i singoli cittadini. Fate attenzione e denunciate, questo il messaggio lanciato dall’associazione ambientalista. Sul sito di Legambiente si potranno infatti segnalare gli esercizi dove vengono usati shopper taroccati. Per capire se un sacchetto è legale o meno, bisogna leggere l’etichetta. I veri bioshopper hanno la scritta “compostabile” e “rispetta la normativa UNI EN 13432”. Quelli illegali invece hanno la scritta “biodegradabile” e “rispettano la normativa UNI EN 14855”. 

La perdita per la filiera legale dei veri sacchetti bio si aggira attorno i 160 milioni di euro, 30 milioni solo per evasione fiscale, a cui si aggiungono 50 milioni di aggravio per lo smaltimento dei rifiuti. Ma il danno più grande è sicuramente quello ambientale. I sacchetti di plastica sono infatti formati da polietilene (di origine petrolifera) e una volta scaricati nell’ambiente, resistono mille anni prima di iniziare a degradarsi. L’accumulo è inevitabile, la dispersione pure. E a rimetterci sono sopratutto i mari, stracolmi di plastica. Per questo nel 2013, gli allora ministri all’Ambiente e allo Sviluppo economico, Corrado Clini e Corrado Passera, firmarono un decreto (diventato operativo a fine 2014) che imponeva l’uso di bioshopper. Per chi viene beccato a vendere buste di plastica, adesso, la multa può arrivare anche fino a 100mila euro.

Le bioplastiche invece sono meno inquinanti in quanto non derivano dalla raffinazione del petrolio, ma da fonti di energia rinnovabili, come le biomasse. Inoltre in ambiente si degradano, si spezzettano in pezzi piccolissimi che vengono poi assimilati dai microrganismi. Ma produrre buste illegali costa meno: un chilogrammo di bioplastica costa infatti circa 4 euro, mentre un chilogrammo di materiale in polietilene la metà o anche meno. Sul mercato però vengono venduti allo stesso prezzo. Una manna per la criminalità organizzata che tiene sotto la morsa del racket i piccoli negozi e i mercati rionali.

“Lo spot nasce proprio per promuovere la legalità – spiega a ilfattoquotidiano.it Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente – Bisogna fare i controlli, le forze dell’ordine devono fare multe. Non devono andare nei negozietti, ma nelle grandi aziende che le producono e nei distributori. In altre parole devono fermare il narcotrafficante non il piccolo pusher di quartiere. Perché questo giro malavitoso sta creando grandi danni”.

Alla presentazione della campagna, alla Casa del Cinema a Roma, erano presenti anche Massimiliano Noviello e Gennaro Del Prete, i fondatori della start up Coop Ventuno che in Campania commercializza bioshopper certificati. I due fondatori sono accomunati dalla morte dei rispettivi padri uccisi dalla camorra, uno dei quali proprio per aver denunciato il racket dei bioshopper. È Federico Del Prete, ambulante e sindacalista, che denunciò le estorsioni nei mercati rionali del casertano: venne ucciso il giorno prima del processo in cui avrebbe testimoniato. “Le morti tragiche dei nostri padri non sono state vane perché il loro coraggio e la voglia di una società civile fondata sulla legalità e sul lavoro onesto continuano oggi a vivere nella cooperativa sociale che abbiamo fondato”.