Non solo moda, non solo design, Milano adesso è MIA, acronimo di Milan Image Art. E’ la sesta edizione della kermesse fotografica nella Mall di Porta Nuova, ai piedi dei nuovi e luccicanti grattacieli. Ci sono le cattedrali sospese nel vuoto di Irene Kung, già premiata da ParisPhoto. Prima di approdare a Milano la sua mostra “Dreams of trees and cities” ha fatto il giro del mondo: da Pechino a New York. Inghiottite dallo spazio, immagini che catturano già dal primo sguardo.

Ci sono le foto da pugno nello stomaco dell’artista cinese Liu Bolin. Sul molo del porto di Catania è ricoverato in secca il barcone che ha trasportato un mucchietto di migranti dalla Tunisia. Sei bambini egiziani, stremati dal viaggio, sono annegati cercando di guadagnare la riva. Mancavano pochi metri alla spiaggia, ma non ce l’hanno fatta. L’artista, pittandosi dalla testa ai piedi con gli stessi colori della carretta del mare (si è sottoposto anche a sei ore di make up per ogni click) ha scelto di fondersi con il relitto e con la storia di cui esso è testimone silente. E’ stato il suo primo scatto del progetto “Migrants”, sponsorizzato dalla galleria Box Art di Verona. Anche i naufraghi salvati dalla Marina Militare al largo della Libia sotto l’obiettivo di Massimo Sestini diventano momenti unici di storia.

I caveau dei musei sono zeppi di opere d’arte lasciate a marcire. L’occhio di Mauro Fiorese le ha riportate alla luce e ha chiamate le “Treasure Rooms” un giacimento sotterraneo di cultura tenuto sotto chiave. Rare sono le occasioni offerte al pubblico di visitare i caveau, veri e propri “serbatoi di sorprese”. Le stanze, purtroppo, restano per lo più precluse per ragioni di sicurezza. Ma in Italia è più che mai aperto il dibattito sulla valorizzazione delle immense riserve nascoste dei 4.764 musei italiani. Del resto, la sproporzione tra ciò che è esposto e il “sommerso” rimane enorme, in Italia come all’estero. Negli scantinati del Museo Archeologico di Napoli, che tutto il mondo ci invidia, ci sono sono ben oltre 150mila opere in stato di abbandono. Opere lasciate marcire, secondo un rapporto del 2012 dell’Istituto Bruno Leoni, anche all’Hermitage di San Pietroburgo, al Guggenheim di New York, al Prado di Madrid e al British Museum di Londra. Insomma, una vergogna planetaria.

Una mano che si infila nello slip e un’altra che sfiora insinuante una bocca, ogni foto ha un suo linguaggio, anche abbastanza esplicito. E ci sono le foto evocative di un’epoca, quella della contestazione giovanile e del movimento femminista, degli slogan come “L’utero è mio e lo gestisco io”, del come eravamo attraverso l’obiettivo di Paola Agosti.

Si cambia giro. Il docu-cult-film “Leonardo da Vinci. Il genio a Milano“, prodotto da Piero Marenghi per Codice Atlantico, ci lascia carichi di meraviglia. Intanto è proiettato su grande schermo piazzato al centro della navata della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, praticamente casa e bottega per l’artista visto che il refettorio del convento che ospita l’affresco di Leonardo da Vinci, “L’ultima cena”, è lì attaccato. E sembra che da un momento all’altro l’artista possa uscire dal set e sedersi di fianco a noi. Leonardo, il rivoluzionario del Rinascimento, pittore, scienziato, botanico, esperto di anatomia e fisica, ha sperimentato tutto lo sperimentale con spirito da pioniere. Ha inventato macchine da guerra e la sua prima macchina volante era in embrione un elicottero. “Ma il suo aereo non vola ”, fa notare Vittorio Sgarbi che lo paragona a un Eta Beta ante-litteram con fulmini di idee, un fantasista, un folletto. Che qualche volta non portava a termine i lavori commissionati, come il ritratto alla nobildonna dell’epoca Isabella D’Este, interpretata da una strepitosa Gabriella Pession. Al genio non si comanda. In Italia in 250 sale e 400 negli States. Vederlo è un obbligo culturale.
@januariapiromal