Calunniato con “false accuse” fino a farlo commissariare, destituire e indagare. Fallito il tentativo di sequestro, gli avrebbero prospettato la rinuncia ad ogni azione giudiziale in cambio dei beni. In altre parole: un complotto. Passa al contrattacco padre Stefano Manelli, il fondatore della congregazione dei Frati Francescani dell’Immacolata destituito per la gestione di fondi e beni dell’ordine e indagato dalla Procura di Avellino per presunti abusi e maltrattamenti nei confronti delle ex suore che ne facevano parte. Un altro capitolo della brutta storia che ha assunto i tratti de Il Nome della Rosa e dei romanzi di Dan Brown e da mesi riserva titoli forti ai rotocalchi di nera e prelibati riempitivi per i palinsesti pomeridiani: l’ex suora che testimonia d’aver subito violenze vent’anni prima, lettere di devozione al “fondatore” scritte col sangue e altre aberrazioni, complotti nelle alte sfere della Chiesa e tra laici e religiosi per accaparrarsi l’ingente patrimonio dell’istituto che sarebbe poi destinato ai poveri e invece resta lì, in attesa che la giustizia terrena accerti i fatti e metta fine al romanzo a puntate che incolla tanti italiani alla tv. Non prima d’aver vagliato anche l’ultima: le “morti sospette”, avvelenamenti compresi.

Su quei fatti c’è molta poca chiarezza. Prova ne sia una contro-denuncia per associazione a delinquere, calunnia e diffamazione depositata il 2 marzo scorso presso la Procura di Avellino, la stessa che indaga sui quei fatti, dal legale di Manelli, Enrico Tuccillo, già difensore del cardinal Giordano e di Don Giuseppe Rassello. L’esposto riporta dieci firme, compresa quella del fondatore sott’accusa, e ipotizza un complotto di alcuni frati ai danni del Manelli e dell’ordine al fine di “impossessarsi dei beni dell’istituto”: sarebbero gli istigatori delle ricostruzioni “fantasiose” che hanno demolito l’immagine del religioso, adoperandosi nel confezionare e diffondere il citatissimo “dossier” che ha contribuito ad allargare le indagini dalla truffa alle violenze, sempre presunte.

A depositarlo era stato l’avvocato di padre Fidenzio Volpi, il commissario dottrinale inviato dalla Santa Sede dopo la destituzione del fondatore dell’Ordine e deceduto il 6 giugno dell’anno scorso. Contiene dichiarazioni di religiose e religiosi che accusano Manelli di comportamenti autoritari, culto della personalità, vessazioni e ricatti, oltre che di una gestione “arbitraria e personale” di beni e risorse provenienti da lasciti e donazioni. Il testo è anonimo ma c’è chi vi ha attinto a piene mani, anche a rischio di commettere qualche imprudenza e offrire, con quella, argomenti a chi oggi difende Manelli, riparato a San Giovanni Rotondo, nella casa del ramo femminile della congregazione. Ad esempio nell’indicare come “sospetta” il decesso di una signora di 91 anni di Benevento, tal Marcella De Tata. La signora Marcella è morta, ma la notizia era “fortemente esagerata”: se ne sta lì, sul divano, con in mano la copia del settimanale che la dà per morta. “La paziente è vivente”, certifica un medico di Benevento a fine febbraio.

Il “complotto” e le proposte “irricevibili” del Vaticano
La veridicità delle ricostruzioni giornalistiche non è il punto, quanto il fatto che dai rinominati “conventi degli orrori” nessuno esce bene, neppure chi vi era entrato con l’incenso della purificazione. Le denunce sulle presunte “devianze” che risalgono anche al 1998 si sono materializzate solo nel 2013, quando sette frati hanno scritto alla Congregazione dei religiosi, l’organismo in Vaticano che si occupa d’indagare sul giusto operato delle comunità cattoliche: per 17 anni lettere e denunce sarebbero rimaste nei cassetti, finché Papa Benedetto XVI ha mandato un visitatore apostolico e Papa Francesco ha commissariato l’istituto. L’ultima denuncia sul caso, la controffensiva legale di Manelli, accredita però ombre perfino su quello.

E’ il presunto “complotto”. Partirebbe da lontano, coi tratti innocui di uno scisma dottrinale sulla messa in latino praticata dai “manelliani” in sintonia con Benedetto XVI ma in contrasto con l’ala “modernista” della Chiesa di Papa Francesco. Il decreto che commissaria la congregazione dell’Immacolata e ne destituisce il fondatore la proibisce. In ballo c’è però qualcosa di più materiale del rito liturgico per la cura delle anime. “Tutto gira intorno ai soldi”, ammette l’avvocato Sarno, lo stesso che ha materialmente consegnato il dossier agli inquirenti. Il patrimonio delle associazioni finite sotto inchiesta, ossia l’«Associazione Missione dell’Immacolata» e l’«Associazione Missione del Cuore Immacolato» vale 30 milioni di euro tra depositi, immobili, terreni, un impianto radio-tv, 5 impianti fotovoltaici, 102 autovetture.

Il commissariamento avviato per “motivi dottrinali” va a parare presto lì, provocando una reazione a catena: un mese dopo, il 28 luglio 2013, si presentano al notaio i consiglieri delle associazioni francescane, modificano lo statuto facendo entrare nella compagine sociale due laici che, non essendo soggetti al voto di obbedienza, potevano disporre dei beni e arginare il commissario pontificio. Per i “manelliani” allo scopo di tutelarli, impedendone il trasferimento dalla Congregazione dei religiosi alla Santa Sede; per gli accusatori, invece, con l’inganno e allo scopo di sottrarli, trasferendo a soggetti “non legittimati” beni per quasi un milione di euro. La Procura chiede due volte il sequestro di quei beni, il Tribunale del Riesame e la Cassazione li restituiscono alle associazioni, negando i presupposti del sequestro. Non sono mancate, nel frattempo, proposte di transazione avanzate dai commissari della Santa Sede (e naufragate) per ottenere la dimissione degli amministratori laici delle associazioni e la devoluzione dei beni alla Chiesa stessa, con impegno a restituirli poi all’Istituto. In cambio, la rinuncia ad ogni azione giudiziale. L’accordo sarebbe poi saltato per la professata “indifferenza alla patrimonialità” da parte del Manelli.

Le suore denunciano (e vengono denunciate)
Fallito anche quel tentativo, insiste la denuncia, sarebbe partita la campagna di diffamazione che ha per oggetto le suore e il fondatore. La denuncia è a carico di tre ex suore (Lattanzi, Turturiello e Iovine) e di sei sacerdoti (tra i quali padre Alfonso Bruno, ex segretario al tempo di padre Volpi e ora superiore, Alessandro Calloni, superiore e dal 2013 delegato generale per l’Italia dei Fratelli Francescani dell’Immacolata) e due laici. Questi ultimi si sarebbero adoperati nel divulgare “dossier anonimi dai contenuti falsi, testimonianze ripescate a distanza di anni in giro per il mondo allo scopo di destabilizzare tutta la fascia del vecchio ordine che era fedele alla regola della povertà. Non caso – si legge – gli stessi soggetti sono ora assurti ai ruoli apicali dell’Istituto”.

Così, ruoli di vittima e carnefice cambiano a seconda dei piani, dei testimoni, degli episodi e dei documenti. Tra i 15 denunciati, ad esempio, figura Suor Maria Letizia (Ilaria Turturiello) che ha fornito ai media e alla Procura una delle testimonianze più toccanti dei presunti abusi subiti per anni, a partire dal 1997. In quella, indica nella madre superiore e nipote del fondatore Susanna Manelli (Suor Cecilia) l’istigatrice che l’avrebbe spinta a concedere favori sessuali a un benefattore titolare di un supermercato. Che però nega e contro-denuncia. L’ex religiosa aveva chiamato in causa anche un’altra “povera consorella” che dopo essersi prostituita, per nascondere la vergogna, sarebbe stata rinchiusa nel silenzio della clausura. Non per sempre, perché nella querela si legge: “Io, Ornella Mietitore (Suor M. Regina), la vittima, smentisco di essere mai stata costretta a compiere atti contro la morale e la mia volontà”. Nonché di essere stata segregata da qualche parte. Allora, chi mente? Dove sta la verità? Il mistero può continuare. E le tv, ringraziano.