L’allarme lo aveva lanciato a gennaio  l’Unhcr, l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati: molte donne e bambine rifugiate e migranti, già esposte a varie forme di violenza sessuale nei loro paesi di origine, lo sono anche durante il viaggio verso la loro ‘terra promessa’. E persino nei Paesi di prima accoglienza, nella civilissima Europa. Orrore che si aggiunge ad orrore. E a cui il Parlamento europeo, in occasione della festa delle donne, vuole dare risposta. Attraverso una risoluzione che promette procedure d’asilo sensibili al genere. Con lo stop immediato ai trattenimenti nei centri di identificazione ed espulsione di donne incinte richiedenti asilo, ma anche delle vittime sopravvissute allo stupro e alla violenza sessuale. Casi inquietanti mentre la componente “rosa” del fenomeno migratorio continua a crescere. Come risulta da un dossier (“Le donne rifugiate e richiedenti asilo nell’Ue”) messo a punto da Camera e Senato.

Sulla risoluzione, che ha come relatrice l’eurodeputata Mary Honeyball, iscritta al gruppo parlamentare Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici non sono mancati accenni polemici, a dispetto del giorno di festa. E non solo da parte dei Paesi già schierati per la costruzione di muri laddove non bastasse semplicemente chiudere le frontiere. Accanto a chi già si spende perché l’Europa dica un rotondo ‘basta’ all’accoglienza, troveranno probabilmente posto anche quanti, visionando la bozza del documento, ne hanno colto un altro risvolto anch’esso delicatissimo: la sollecitazione alla Commissione europea e agli Stati membri per garantire alle donne migranti “il pieno accesso alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi, compreso l’accesso all’aborto sicuro”. E a stanziare con urgenza risorse aggiuntive per la prestazione di assistenza sanitaria. Fuor di metafora significa mettere mano al portafoglio per prevedere in tutti i punti di ingresso, transito ed uscita, servizi di pronto soccorso psico-sociale: è, brutalmente, il  ‘clinical management’ dello stupro.

Alcune donne – come è emerso dal rapporto dell’Alto commissariato dell’Onu  – hanno raccontato di essere state obbligate a prostituirsi per pagare i documenti di viaggio o il viaggio stesso. E spesso pur di non dover posticipare il loro viaggio e quello delle loro famiglie, si rifiutano di denunciare le violenze subite o di chiedere assistenza medica. Anche per questo, una volta arrivate in Europa ci sarebbe bisogno di più interpreti, magari donne come loro, per raccoglierne le testimonianze. E ambienti adeguati in cui non siano costrette a stare con uomini non appartenenti alla loro famiglia. Amnesty International, sempre dando voce a queste donne, ha svelato le difficoltà con cui si misurano nei centri di accoglienza anche per le attività più banali, come lavarsi o andare al gabinetto:  per evitare di condividere i bagni con gli uomini alcune di loro hanno addirittura rinunciato a bere e a mangiare.  Si tratta di luoghi promiscui che a volte si rivelano particolarmente pericolosi, specie per le migranti sole o che vi approdano, dopo viaggi spesso terribili, in compagnia dei soli figli minori.

Dati alla mano, secondo il dossier messo a punto dagli uffici di Camera e Senato, il numero di donne in arrivo lungo le rotte del Mediterraneo è in crescita: sempre secondo l’Unhcr,  su oltre un milione di migranti giunti in Europa nel 2015, nel 58 per cento dei casi si trattava di uomini, nel 25 per cento di minori, e nel 17 per cento di donne adulte. Ma se si analizzano i primi due mesi del 2016, le donne costituiscono il 20 per cento degli arrivi, mentre il 34 per cento è costituito da bambine e bambini, il 46 per cento da uomini adulti. All’interno di questa media ci sono poi sensibili differenze che dipendono dalle tratte scelte dai migranti: nel caso della rotta del Mediterraneo orientale (dalla Turchia alla Grecia), ad una più forte componente dei cittadini siriani corrisponde una maggiore presenza delle donne. Nel mese di gennaio, ad esempio, la componente delle donne adulte tra i migranti siriani in Grecia si attesta al 24 per cento, mentre il 40 per cento sono minori (bambine e bambini), il 36 per cento gli uomini. Tutti, 8 marzo o meno, in cerca di speranza.