La prima firma in calce alla mozione è quella di Sandra Zampa, storica portavoce dell’ex premier Romano Prodi, oggi deputata del Partito democratico. Sarà discussa lunedì prossimo in Aula a Montecitorio ed è ispirata ad una ricorrenza del tutto particolare. L’anniversario del diritto di voto delle donne che, il 2 giugno prossimo, spegnerà 70 candeline. Per festeggiare il compleanno, il testo – sostenuto anche da Forza Italia, Area popolare, Scelta civica, Sinistra italiana, Democrazia solidale e Psi-Pli – impegna il governo a promuovere iniziative “di carattere nazionale e locale, per ricordare le figure delle ventuno Madri Costituenti” anche attraverso la realizzazione di programmi televisivi e radiofonici. Oltre a momenti di commemorazione nelle scuole “di ogni ordine e grado” per rievocare “l’impegno e il ruolo svolto nella stesura della Carta Costituzionale”, istituendo “programmi educativi destinati al riconoscimento e alla valorizzazione delle donne nella storia, nella filosofia, nella scienza e nelle altre discipline umanistiche e scientifiche”. Un’occasione, insiste la mozione, per “rafforzare la tutela dei diritti delle donne”, favorendo “la trasformazione nelle relazioni di genere per renderle egualitarie” e garantendo “l’effettiva partecipazione e la possibilità di assumere la leadership a tutti i livelli decisionali, politici, economici e sociali”.

MADRI COSTITUENTI – Un traguardo importante, quello tagliato nel 1946, che ha posto fine al divieto di elettorato sia attivo che passivo imposto alle donne.  Costituzionalizzando un decreto legislativo luogotenenziale emanato il 31 gennaio del 1945 dal Consiglio dei ministri che sancì il suffragio universale “con grave ritardo rispetto ad altri paesi”, ricorda il testo. Citando i casi di Nuova Zelanda (1893), Finlandia (1907), Norvegia (1913), Regno Unito (1917). Un diritto che, prima dell’Italia, era già stato riconosciuto anche in altri Stati come Turchia, Mongolia, Filippine, Pakistan, Cuba e Thailandia. “Nel decreto non era tuttavia prevista l’eleggibilità delle donne”. Che sarà, invece, introdotta il 10 marzo 1946. Ma, “in attesa del referendum istituzionale del 2 giugno 1946”, nell’aprile 1945, si era intanto insediata la Consulta, il primo organismo politico nazionale “in cui entrarono 13 donne, invitate direttamente dai partiti”, cui fu affidato il compito “di elaborare una legge elettorale per l’Assemblea costituente”. Nella quale sedettero le prime 21 parlamentari donne “a ragione denominate Madri Costituenti”: 9 della Dc (Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio), 9 del Pci (Adele Bej, Nadia Gallico Spano, Nilde Jotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi), due del Psiup (Angelina Merlin e Bianca Bianchi) ed una del partito dell’Uomo qualunque (Ottavia Penna Buscemi). Per cinque di loro si aprirono le porte della «commissione dei 75», incaricata di scrivere la Carta costituzionale: Maria Federici, Angela Gotelli, Tina Merlin, Teresa Noce e Nilde Jotti. Che, trent’anni dopo, divenne la prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Camera.

FIGLIE DELL’ANTIFASCISMO – Molte delle 21 donne della Costituente avevano preso parte
 alla Resistenza. Alcune pagarono a caro prezzo le loro scelte. Come Adele Bei, condannata nel 1934 dal Tribunale speciale a diciotto anni di carcere per attività antifascista, Teresa Noce, che dopo aver scontato un anno e mezzo di reclusione fu deportata in un campo di concentramento nazista in Germania dove rimase fino alla fine della guerra, e Rita Montagnana, che aveva passato la maggior parte della sua vita in esilio. “I settanta anni di storia intercorsi da quella data sono stati densi di trasformazioni – si legge nella mozione –.  Non a caso in riferimento ai profondi cambiamenti culturali e di stile di vita che hanno attraversato la società e la famiglia nella seconda metà del secolo scorso si è parlato di rivoluzione femminile, una rivoluzione che ha interessato tutto il mondo occidentale”. E recepita dalla stessa Costituzione che, all’articolo 3, stabilisce l’uguaglianza morale e giuridica tra uomo e donna, e, all’articolo 37, la parità nel lavoro e l’accesso agli uffici pubblici e alla cariche elettive. Anche se, “per poter entrare nella magistratura e nella carriera diplomatica, le donne dovranno attendere il 1963”. E’ del 1951, invece, la nomina della prima donna al governo: Angela Cingolani, sottosegretaria all’Industria e al commercio. La prima ministra della Repubblica (Tina Anselmi), invece, varcherà le soglie dell’esecutivo nel 1976. Insomma, una progressiva scalata verso la parità non solo sulla carta. Dall’abolizione delle tabelle salariali differenti per uomini e donne, che sancì l’uguaglianza formale e sostanziale di genere nel mondo del lavoro alla legge sul divorzio, confermata dal referendum del 1974. Dalla riforma del diritto di famiglia del 1975 (parità tra i coniugi e la comunione dei beni) alla legge di parità del 1977. Mentre, nel frattempo, venivano aboliti il delitto d’onore, le norme penali sull’adulterio femminile e vedeva la luce la legge sull’interruzione di gravidanza che resisterà al referendum abrogativo del 1981.

VIAGGIO INCOMPIUTO – Un percorso proseguito negli anni successivi e non ancora completato. Nel 2013, le donne in Parlamento “sono passate al 31 per cento (dal 22 per cento della precedente legislatura) e l’Italia ha guadagnato 9 posizioni nella classifica, eppure le pari opportunità nel nostro Paese rimangono un miraggio”, si legge ancora nella mozione rilevando con rammarico il 71esimo posto attualmente occupato su 136 Paesi (Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia e Filippine i primi cinque). Quanto ai quattro sotto-indici del Global Gender Gap Report, siamo invece al 65esimo posto per quanto riguarda la scolarizzazione, al 72esimo per la salute, al 44esimo per l’accesso al potere politico e al 97esimo
per la partecipazione alla vita economica. “Il problema viene soprattutto dal mondo del lavoro: il posizionamento generale dell’Italia può essere spiegato principalmente con il basso risultato nella classifica della partecipazione e opportunità economiche. Solo il 51 per cento delle donne lavora, contro al 74 per cento degli uomini. Ma l’elemento chiave è la disparità salariale: un’italiana in media guadagna 0,47 centesimi per ogni euro guadagnato da un uomo”. Restando all’attualità “i numeri di per sé non garantiscono la parità”. Come dimostra l’analisi nel dettaglio della situazione politica: “In Parlamento siedono più senatrici e deputate (l’Italia si colloca al 
28esimo posto della classifica), ma non sono aumentate significativamente le donne in posizione ministeriali” (60esimo, solo una posizione guadagnata rispetto al 2013). Una fotografia di fronte alla quale “la data del 2 giugno 2016 costituisce, dunque, non solo un anniversario per il Paese e per 
il diritto al voto acquisito dalle donne”, ma anche l’occasione per dare “impulso alla parità di genere sostanziale” tra uomini e donne, “attraverso la messa in campo di azioni realmente volte a eliminare qualunque diseguaglianza a qualunque livello”. Sociale, lavorativo, politico, culturale.

Twitter: @Antonio_Pitoni

*aggiornato da redazione web l’8 marzo 2016