Cinquemila posti di lavoro a rischio nelle prossime settimane. Ottomila nei mesi a venire. I sindacati del settore dei call center, Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil, lanciano l’allarme sulla crisi del comparto, che in Italia conta circa 80mila operatori. Le sigle sindacali avevano indetto uno sciopero nazionale del settore per il prossimo 11 marzo, poi sospeso quando il ministero dello Sviluppo economico ha convocato le parti sociali il 9 marzo per aprire un tavolo sul tema. La strada però si preannuncia in salita. Le regole per fermare l’emorragia occupazionale e il fenomeno della delocalizzazione ci sono, ma, denunciano i sindacati, sono sistematicamente disattese. Anche da aziende pubbliche come Poste ed Enel.

Una nota sindacale congiunta prevede “nei prossimi mesi oltre 8mila licenziamenti nel settore dei call center, di cui almeno la metà vedrà aprire le procedure di licenziamento già nel mese di marzo”. A dare il via alla catena degli esuberi sono state Gepin Contact e Uptime, aziende che fino a pochi mesi fa gestivano i call center di Poste Italiane. Dopo avere perso le commesse, nei giorni scorsi le società hanno aperto le procedure di licenziamento per 450 persone tra Roma e Napoli. “Ma Poste, come tante altre imprese committenti, ha utilizzato gare al massimo ribasso per assegnare le commesse – spiega Michel Azzola, segretario nazionale Slc Cgil – Chi vince queste gare sono società che offrono prezzi irrisori, violando le regole del mercato e le norme del lavoro, se non addirittura aziende decotte“. Ma il terremoto rischia di travolgere anche Almaviva, altro call center che dà lavoro a migliaia di persone soprattutto nel Sud Italia e che recentemente ha perso una commessa da parte di Enel. Secondo fonti sindacali, l’azienda si appresta a dichiarare migliaia di esuberi: a rischio sono circa 3.500 persone. “Almaviva è stata una delle poche aziende che non ha delocalizzato – spiega Salvo Ugliarolo, segretario generale Uilcom Uil – Ma non può reggere la concorrenza di aziende che praticano gare al massimo e spostano il lavoro all’estero”.

Ora i sindacati chiedono l’applicazione della recente legge sugli appalti, entrata in vigore a febbraio. La norma prevede la cosiddetta clausola sociale: gli addetti di un servizio di call center hanno diritto a mantenere il posto di lavoro, quando l’impresa committente decida di cambiare l’operatore. E la richiesta diventa ancora più pressante quando le società in questione sono a partecipazione pubblica. “E’ del tutto inaccettabile – afferma Massimo Cestaro, segretario generale Slc Cgil – che due aziende controllate dallo Stato italiano, come Poste ed Enel, possano assegnare attività di call center senza rispettare le clausole sociali approvate dal Parlamento. Se passa il principio che le aziende pubbliche non rispettano le leggi, perché mai dovrebbero farlo quelle private?”.

A complicare la situazione, ci ha pensato un cambio in corsa sugli ammortizzatori sociali. L’Inps ha infatti deciso l’inquadramento del settore come terziario e non più come industria. Questa risoluzione comporta che le aziende di call center non possano più richiedere gli ammortizzatori sociali ordinari, ma debbano contare solo sugli strumenti in deroga. Che hanno una durata inferiore e seguono un iter autorizzativo più complesso. “Questa decisione implica che molte aziende non hanno più gli ammortizzatori sociali necessari per riorganizzarsi e sono costrette a licenziare”, prosegue Azzola.

Ma sullo sfondo della crisi, restano le piaghe storiche del settore dei call center: gare al massimo ribasso e delocalizzazione. In realtà, anche in questo caso, c’è una legge datata 2012 che dovrebbe scoraggiare le aziende a portare il lavoro all’estero. La norma prevedeva che gli utenti debbano sapere se l’operatore li sta contattando dall’Italia o da un Paese straniero. Inoltre, la legge imponeva ai committenti di comunicare al ministero del Lavoro eventuali attività fuori dall’Italia. Ma i sindacati denunciano che queste regole sono sistematicamente disattese. “Si è consentito in questo modo, a tantissime attività – spiega Vito Vitale, segretario generale Fistel Cisl – di essere delocalizzate all’estero e si è impedito ai cittadini italiani un diritto di scelta a loro garantito dalla legge. Questo ha ingenerato migliaia di esuberi ingiustificati, perché il lavoro non è cessato ma è stato spostato, senza rispettare le leggi, in Paesi con basso costo del lavoro e insufficiente garanzia sul trattamento dei dati personali e sensibili”.