All’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), ente vigilato dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della ricerca (Miur) guidato da Stefania Giannini si fanno miracoli: nonostante i tempi di vacche magre i redditi infatti si moltiplicano. Ma non per tutti, come sanno bene i precari della ricerca. Il prossimo 16 febbraio i revisori dei conti dell’Istituto di via di Vigna Murata, alla prova con le verifiche di cassa, faranno anche le pulci alle entrate personali del presidente dell’Ingv. Che fin dall’insediamento percepisce cifre assai maggiori di quanto previsto per l’indennità che gli spetta per l’incarico, poco più di 100 mila euro. Come è possibile invece che ne dichiari al fisco oltre 175 mila?

DOPPIE ENTRATE A far lievitare il compenso complessivo di Stefano Gresta non sono altre voci, come i rimborsi per le spese di viaggio che pure pesano, eccome. E che non compaiono ovviamente nel modello 730. La risposta è molto più semplice. Il presidente dell’Ingv può vantare non uno ma ben due redditi da lavoro dipendente: quello che percepisce dall’Università di Catania (presso cui è ordinario al Dipartimento di Scienze delle terra), che, stando alla dichiarazione dei redditi 2015, gli corrisponde uno stipendio pari a 68.525 euro all’anno.  E l’indennità di carica, da quasi 106 mila euro che gli versa appunto l’Ingv. Con buona pace dei limiti retributivi fissati dal governo di Mario Monti con il decreto Salva Italia  che per questione di equità sociale ha dovuto imporre una cura da cavallo anche a manager e gran commis di Stato. Vincoli esplicitati ulteriormente da una circolare dell’allora ministro per la Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, posta all’attenzione di tutte le amministrazioni. Ma che, almeno da queste parti, sembrano rimasti lettera morta.

LIMITI PERICOLOSI La tagliola imposta a fine 2011 per contenere la spesa pubblica prevede non solo un tetto retributivo massimo (oggi pari a 240 mila euro) per tutti i titolari di rapporti di lavoro con l’amministrazione statale.  Ma fissa un limite alla retribuzione o all’indennità da riconoscere ai dipendenti che esercitano funzioni direttive o equiparate presso ministeri o enti pubblici nazionali: in questo caso continuano a prendere lo stipendio dall’amministrazione di appartenenza (nel caso di Gresta l’Università di Catania), maggiorato, al massimo di un ulteriore 25 per cento.  Oppure, nei casi previsti, possono scegliere per la remunerazione più vantaggiosa tra i trattamenti. In ogni caso, invece, non è possibile sommarli tout court.

FUORI SEDE I revisori dei conti dell’Ingv, in scadenza di mandato, sono chiamati a fare chiarezza: Gresta percepisce il 100 per cento di entrambi gli emolumenti. Con un‘ulteriore aggiunta, a piè di lista, non da poco: le spese per le trasferte, vitto e alloggio e soprattutto gli spostamenti sulla tratta Roma-Catania e Catania-Roma. Su questo si è già peraltro espresso il gruppo di lavoro preposto al controllo della gestione dell’Istituto segnalando anche altre anomalie e criticità: ma restando al punto specifico ci si è interrogati sulla legittimità di riconoscere, come indennità di trasferta, le spese presentate a rimborso dal presidente per raggiungere la sede di Roma ed esercitare le funzioni proprie della carica. Che solo nel 2014 sono state pari a quasi 28 mila euro.  Su questi punti abbiamo chiesto un chiarimento allo stesso Gresta.

OLTRE I GIARDINI La questione investe ovviamente lo stesso ministero guidato da Stefania Giannini, a cui da un lato fa capo l’Università di Catania e che, dall’altro, è chiamato come dicevamo a vigilare sull’ente di ricerca. Il Miur ha avviato nei giorni scorsi la procedura per la nomina (o la conferma) del nuovo presidente dell’Ingv che si concluderà entro la fine di marzo. Ma il problema dell’indennità prevista per l’incarico rimane un fattore condizionante, come dimostra anche un precedente eccellente. Gresta infatti è stato nominato presidente nel 2012 dopo che il predecessore Domenico Giardini si era dimesso dall’incarico ad appena cento giorni dall’insediamento. Per la questione, manco a dirlo, dell’indennità da presidente.

NON SIAMO SVIZZERI Acclamato dalla comunità scientifica come scienziato di chiara fama, per venire a svolgere l’incarico di presidente dell’Ingv aveva dovuto infatti rinunciare ad una parte consistente dello stipendio percepito come capo del servizio sismico in Svizzera. Una volta a Roma però si era trovato a fronteggiare la questione dell’effettiva entità della retribuzione che gli sarebbe spettata ai vertici dell’istituto italiano. Inutile la ricerca di una soluzione amministrativa, tentata ai massimi vertici del Miur, che gli consentisse di sommare l’indennità di presidente ad altro: si era cercato, per esempio, di percorrere la via dell’assegnazione di una cattedra alla Sapienza di Roma. Le proteste accademiche e gli strascichi polemici che arrivarono fino alle aule parlamentari consigliarono di desistere. Anche perché negli stessi giorni in cui si consumava il caso di Giardini, il governo imponeva la linea del rigore con il decreto Salva Italia. Poi, sulla questione dell’indennità si spensero i riflettori. Fino al caso attuale all’esame dei revisori.