Tagliare le unghie alle correnti della magistratura? Tutti lo vogliono, almeno sulla carta, ma poi è più facile lasciare tutto com’è. Ne sa qualcosa la commissione presieduta da Luigi Scotti e insediata al ministero di via Arenula per volontà di Andrea Orlando (nella foto) che in tre mesi di lavoro ha fatto flop sull’obiettivo più importante. Sono sul tavolo del ministro della Giustizia le proposte per la riforma del Consiglio superiore della magistratura che il governo si era impegnato a varare entro l’anno appena concluso. Ma la prima notizia è quella di un fallimento annunciato: la commissione Scotti non ha trovato un accordo interno sul nuovo sistema elettorale in vista dell’elezione dei togati a Palazzo dei Marescialli e sarà dunque il governo, con una valutazione squisitamente politica, a dover scegliere tra le opzioni in campo. Per la verità la commissione si era messa di buzzo buono a valutare gli effetti del sistema proporzionale o del maggioritario. Del voto disgiunto e di qualunque altro tipo di correttivo. Al vaglio tutte le opzioni tranne una: quella del semplice sorteggio dei magistrati che, inutile dirlo, è da sempre contrastata con ogni mezzo.

SACRI COLLEGI In una riunione riepilogativa del lavoro svolto, l’ex ministro della Giustizia Scotti ha dato atto che su alcuni aspetti del sistema elettorale “è stata raggiunta piena convergenza di opinioni”. Comune l’auspicio che l’intero sistema sia rivisto garantendo l’uguaglianza di genere sia nella fase delle candidature, nelle opzioni di voto e in qualunque altro aspetto del meccanismo elettorale. Pieno accordo anche sull’esclusione dell’eleggibilità al Csm per i magistrati più giovani (chi non abbia conseguito ancora la prima valutazione di professionalità). O sul numero e la consistenza dei collegi elettorali, con esclusione del collegio unico nazionale per tutte le categorie e l’individuazione di due collegi per i magistrati della requirente e di cinque per quelli della giudicante. Tutto ciò  – si legge nel verbale riepilogativo del lavoro fatto e che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare – “al fine di evitare che bacini elettorali ampi offrano maggiore spazio ad organizzazioni capaci di indirizzare voti e di determinare in larga parte i risultati e di impedire, al contempo, il difetto opposto di circoscrizioni troppo piccole ispirate da logiche localistiche e fortemente personalizzate”.

PAROLA AD ORLANDO Ma andando al cuore del problema, Scotti ha dovuto rilevare che invece “diversità di opinioni si è delineata quanto alla scelta fra il sistema proporzionale per liste concorrenti e il sistema maggioritario a doppio turno, per cui si è ritenuto di prospettare entrambe le opzioni, nonché una terza ipotesi di compromesso, che recepisce la presentazione delle candidature per liste ma limita l’espressione di voto ai candidati e non pure ad una lista”. Insomma, sul sistema elettorale per eleggere i togati al Csm la schiarita, almeno da un punto di vista tecnico, non c’è stata e bisognerà rimettersi alla scelta politica del ministro. Fin qui nulla di nuovo o di sconvolgente: l’esito, guardando alla storia, era già scritto.

CORRENTI ONNIPOTENTI Il mancato accordo in seno alla Commissione infatti non è stato vissuto come un dramma. In alcuni appunti su cui si è ragionato in questi mesi prima della formalizzazione delle proposte al ministro Orlando si scorge lo spirito della consapevole rassegnazione ad un dato. “Bisogna creare un sistema che incoraggi più fluide e meno strutturate forme di aggregazione del consenso e non si limiti ad ignorare le forme esistenti o possibili di aggregazione che, così come sono, preesistono e resistono a qualunque modifica della legge elettorale”, si legge in questi appunti che rafforzano il concetto con un altro argomento: le aggregazioni, sia che le si voglia chiamare componenti o correnti della magistratura, sono uscite indenni ­anche dall’introduzione, nell’ultima tornata elettorale per la corsa al Csm, delle primarie. Le correnti “hanno reagito – si legge ancora nelle riflessioni scritte circolate tra i commissari –  alla loro formale assenza attraverso accordi preventivi che imponevano, per essere rispettati, un controllo scrupoloso di ogni singolo voto, con un oggettivo rafforzamento di logiche localistiche e clientelari e dello spostamento di pacchetti di voti utile a recuperare la mancata previsione della ripartizione dei resti”.

CURA DA CAVALLO Insomma, non basta cambiare sistema elettorale, come ha peraltro ampiamente dimostrato la riforma del 2002 del ministro leghista Roberto Castelli non certo tenero nei confronti della devianza del correntismo. Si era infatti passati da un sistema elettorale di tipo proporzionale per liste a uno basato sulle candidature individuali su collegi unici nazionali per ciascuna categoria di magistrati. Sulla carta una cura da cavallo, ma con i risultati sotto gli occhi di tutti. Perché cambiare formula non basta se non c’è la volontà, la forza e l’autorevolezza per scardinare il sistema alla radice. Ma di questo nessuno ha voglia di parlare.

 

 

Precisazione

In merito all’articolo a firma di Ilaria Proiett (“Riforma del Csm, lotta alle correnti: la Commissione Scotti si arena sul sistema elettorale per l’elezione dei togati”), pubblicato nella giornata di ieri, desidero precisare che la Commissione ha per ora compiuto un’ampia e approfondita analisi dei possibili sistemi elettorali, purché compatibili con i principi stabiliti dalla Costituzione per il Consiglio superiore; questo, in coerenza con le indicazioni date dal Ministro sin dalla seduta di insediamento. Le formulazioni che risultano dal verbale del 20 novembre 2015, da cui sarebbe stata tratta la notizia, sono state elaborate “in via provvisoria”, come si legge in detto verbale. La Commissione, che certamente ha la capacità di definire le sue proposte in piena indipendenza, per doverosa sensibilità alla dialettica argomentativa, si riserva di adottarle dopo il necessario confronto con organi istituzionali, forze politiche e rappresentanze professionali.

Luigi Scotti, presidente Commissione per la Riforma del Csm