Il 2015 sta per chiudersi con un numero di giornalisti uccisi in tutto il mondo, mentre svolgevano il loro lavoro, molto vicino a quello dell’anno precedente: 67 contro 66. Ma con una differenza importante. Se nel 2014 i due terzi di quei professionisti dell’informazione operavano in zone di guerra, quest’anno la situazione si è completamente ribaltata: i due terzi sono caduti in aree in pace, almeno teoricamente. Non solo: a causa dell’attentato contro la redazione di Charlie Hebdo, il 7 gennaio scorso, la Francia è balzata al terzo posto della “classifica”.

I dati provengono dal rapporto annuale pubblicato da Reporters sans frontières (Rsf), l’ong che difende la libertà di stampa a livello internazionale. A quei 67 giornalisti deceduti nel 2015 ne vanno aggiunti 27 classificati come civici, perlopiù blogger, oltre a sette collaboratori di media di vario genere. In realtà i giornalisti morti in maniera cruenta sono in tutto 110, ma solo per 67 è stato dimostrato che l’assassinio va messo in relazione con la loro professione. Dal rapporto di Reporter senza frontiere viene fuori un altro dato preoccupante: “In 43 casi le circostanze della morte restano indeterminate, perché non ci sono state inchieste imparziali e approfondite. E per la cattiva volontà degli Stati di fare giustizia”. Per questo Rsf chiede la nomina, “senza perdere tempo ulteriore, di un rappresentante speciale per la protezione dei giornalisti presso il segretario generale dell’Onu”.

Ma ritorniamo ai 67 omicidi del 2015. Iraq e Siria sono ai primi posti, ognuno con nove morti. Segue la Francia con otto: sono tutte vittime dei kalashnikov dei fratelli Kouachi, la mattina del 7 gennaio 2015, a Parigi, quando in tutto furono uccise dodici persone durante la riunione di redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo. Il rapporto di Rsf ricorda anche l’assassinio del giornalista giapponese Kenji Goto da parte dell’Isis, con tanto di macabra messa in scena. Ma pure storie meno conosciute, come quella di Hindiyo Haji Mohamed, una delle due donne tra le 67 vittime. Era una giornalista della televisione nazionale somala, vittima di un’autobomba a Mogadiscio lo scorso 3 dicembre: un attentato che porta la firma della milizia islamista shabab. Il marito di Hindiyo, giornalista anche lui, era già stato assassinato nel settembre 2012.

Altra storia terribile, quella del fotogiornalista Ruben Espinosa, ritrovato senza vita con evidenti tracce di tortura in un appartamento di Città del Messico. “Il suo assassinio – si legge nel rapporto di Reporter senza frontiere – ha provocato un’ondata d’indignazione e una presa di coscienza collettiva sull’assenza incredibile di protezione dei giornalisti in Messico”. Pochi giorni dopo quell’assassinio è entrata in vigore una nuova legge sul tema, ma applicata solo nel distretto della capitale.

Quanto alla lista dei Paesi più colpiti, dopo la Francia seguono lo Yemen, il Sudan meridionale, l’India, il Messico e le Filippine. Ultimo dato del rapporto: restano ostaggi in tutto il mondo 54 giornalisti contro i 40 di fine 2014, anche se quest’anno ci sono stati meno sequestri che in quello precedente.