Nelle faccende della cinematografia questo che sta finendo verrà ricordato come l’anno del cartone animato dacché Inside Out e Minions, due prodotti Usa, hanno sbancato al botteghino contribuendo in misura decisiva a trascinare gli incassi dei cinematografi italiani ben al di sopra di quelli conseguiti nell’anno precedente. Così tutti hanno potuto constatare che nella concorrenza internazionale fra le imprese del mondo dei media (non quelli che trasmettono, ma quelli che producono) il cartone animato costituisce una sorta di arma finale che spazza via ogni resistenza.

La ragione di tanto fascino ed efficacia sta nella forza di penetrazione, proprietà strutturale di ogni disegno, in quanto rifugge dalla completezza realistica della fotografia e dunque è sempre surreale. Con la conseguenza che lo spettatore trova ampio spazio per convocare le risorse della propria personale immaginazione. Insomma, il cartoon “tira dentro” l’apparato cognitivo e immaginativo e ti costringe a guardarlo “a mente aperta”, molto più di qualsiasi immagine filmica di realtà e persone vere che semmai contempliamo “a bocca aperta” per la meraviglia.

Tanto basta per capire che parlando di cartoon non ci si riferisce a un prodotto “minore”, anzi. Ed è questa la ragione per cui non ci dispiace l’idea, avanzata di recente dalla nuova dirigenza Rai, che dai canali del servizio pubblico alimentati con i cartoon sia tolta la pubblicità, anche a costo di rinunciare ai (pare) sette milioni di ricavi che oggi vengono raccolti premendo sui bambini perché facciano comprare ai genitori. Del resto, è vero che la pubblicità è l’anima del commercio, ma il commercio non è la sola anima della comunicazione. Dopodiché, siccome dirigere un grande broadcaster pubblico non è mai una attività semplice, la Rai dovrà anche evitare che il venir meno di una quantità di risorse così cospicua si risolva nel cercare paccottiglia animata a basso prezzo e nella rinuncia allo sviluppo di una forte industria nazionale della animazione.

Non solo perché abbiamo appena constatato quanto il cartoon conti nella concorrenza internazionale, ma anche perché proprio qui, investendo su narrazione e perfezione realizzativa, si può arrivare al mercato bypassando la rendita schiacciante che agli americani deriva dal possesso del loro affermatissimo e imbattibile star system con i vari Richard Gere (qualche sera fa da Fazio) che assicurano in partenza il successo dei prodotti in cui compaiono. Del resto i giapponesi qualche decennio fa proprio attraverso il cartoon (ricordate Goldrake?) riuscirono a farsi spazio nel mercato dell’audiovisivo, perfino rivendendoci i nostri più affermati luoghi comuni narrativi (ricordate Heidi?). Insomma, sta bene mostrare ai nostri bimbi che la pubblicità non manda avanti tutto, ma è bene non dimenticare che poi i bimbi crescono e cercano lavoro, e magari, dopo che li hai convinti ben bene che il cartoon è bello, vorrebbero anche produrlo e camparne.

PS: Sciò Business va in vacanza. Buone feste!

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