L’abbattimento del jet russo nei cieli di Latakia da parte della Turchia giunge dopo un fatto cui è stato dato poco rilievo dai media occidentali. Il durissimo colpo inferto negli ultimi giorni dalla Russia al business petrolifero dell’Isis. Il 20 novembre il ministro della Difesa russo, generale Sergey Shoygu ha comunicato a Vladimir Putin che i massicci bombardamenti aero-navali russi dei quattro giorni precedenti avevano distrutto non solo centinaia di autocisterne del Califfato piene di petrolio, ma anche una quindicina di depositi di stoccaggio e di raffinerie nella principale zona di produzione petrolifera dell’Isis, Deir Ezzor, “privando così i terroristi di 1,5 milioni di dollari di incassi quotidiani”. Altri impianti petroliferi e altre centinaia di autobotti sono stati colpiti anche nei giorni successivi.

Uno shock senza precedenti per le finanze dello Stato Islamico, ma anche per quelle dei trafficanti che con questo commercio illegale stanno guadagnando enormi somme di denaro. Tra queste, stando alle dichiarazioni di Gürsel Tekin vicepresidente del principale partito d’opposizione turco (il Chp), ci sarebbe anche la compagnia turca di trasporti marittimi Bmz Ltd., che caricherebbe il petrolio dell’Isis sulle sue navi cisterna al porto di Ceyan e le trasporterebbe in Giappone. Proprietario della compagnia è Bilal Erdogan, figlio del presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

A prescindere dal presunto coinvolgimento diretto della famiglia di Erdogan, è un dato assodato che – come spiegavano l’anno scorso diversi esperti al New York Times – “la porta principale di questo mercato nero è la Turchia” (Luay al-Khatteeb, Brookings Doha Center), e “le autorità turche chiudono un occhio perché molti, anche nel governo, traggono beneficio da questo traffico” (James Phillips, Heritage Foundation).

Quest’estate una fonte dell’intelligence britannica ha dichiarato al Guardian che le centinaia di documenti rinvenuti nel compound di Abu Sayyaf, il ‘ministro del petrolio’ del Califfato ucciso a maggio dalle forze speciali americane a Deir Ezzor, dimostrano “gli innegabili rapporti diretti di affari tra capi dell’Isis e ufficiali turchi” e “relazioni così evidenti da poter causare gravi ripercussioni nei nostri rapporti con Ankara”.

“Lo sforzo di sconfiggere lo Stato Islamico è messo a rischio dal fatto di avere uno dei principali alleati della Nato che non non vuole o non è in grado di tagliare il flusso di fondi, combattenti e sostegno all’Isis”, spiegava sempre al New York Times Juan Zarate, del Center for Strategic and International Studies. Oltre a non aver mai contrastato il flusso di petrolio in uscita dal confine siriano, infatti, la Turchia non ha mai ostacolato il libero ingresso in Siria di armi e combattenti.

Emblematica la vicenda dei camion carichi di armi scortati da agenti del Mit (i servizi segreti turchi) fermati dalla polizia al confine nel gennaio 2014, ma lasciati proseguire in seguito all’intervento del governo. I poliziotti coinvolti nell’ispezione sono poi stati accusati di spionaggio e sovversione. La magistratura locale ha poi confermato il traffico di armi verso l’Isis gestito dal Mit, armi provenienti dall’Arabia Saudita.

Riportando la testimonianza di un ex membro dello Stato Islamico e del portavoce delle forze curdo-siriane dell’Ypg, anche il settimanale Newsweek ha parlato della stretta cooperazione tra Isis e forze armate turche e di come il Califfato consideri la Turchia una sua alleata. “I comandanti dell’Isis ci dicevano di non temere nulla quando andavamo in Turchia perché con i turchi c’è piena cooperazione”, spiega l’ex combattente. “La Turchia dà armi, munizioni e libero transito ai terroristi dell’Isis”, aggiunge l’esponente curdo.

Lo studio “Isis-Turkey Links” realizzato dalla Columbia University di New York e coordinato da David Phillips, ex consigliere del Dipartimento di Stato, riporta una lunga lista di autorevoli fonti documentali e giornalistiche riguardanti il sostegno militare, logistico, finanziario e perfino medico che il governo di Ankara, mambo della Nato, fornirebbe allo Stato Islamico. Un Paese, la Turchia, che al di là delle dichiarazioni anti-terrorismo ha condotto contro l’Isis solo una manciata di azioni dimostrative lo scorso luglio, per poi concentrare tutti i suoi sforzi militari contro i curdi impegnati a combattere il Califfato. E che ora prende di mira i russi.