Il rapporto fra i mass media e l’ansia securitaria si pone sullo schema uovo-gallina. Chi viene prima? Gli atti criminali che irrompendo nei media ci rendono inquieti? O sono invece i media che suonando la grancassa ci ficcano nel cervello un ossessivo chi va là? La questione torna ciclicamente in dibattito con pretesti d’occasione quali, oggi, le pistole sotto il cuscino (per dormire tranquilli, sostengono gli assertori) e quelle agitate in video (per farsi notare, negano gli esibitori).

Swg, lo racconta L’Unità di ieri, ha rilevato che chi più sta attaccato alla tv è più ansioso; ne deduce che la “vetrinizzazione”, cioè la continua esposizione della questione della sicurezza, abbia a che fare col sentirci tutti assai insicuri, indipendentemente da come vadano gli atti criminali, se cioè aumentino o calino di frequenza. Siamo alle prese, insomma, col moltiplicatore mediatico (di per sé irrefrenabile nella costruzione del “sensazionale permanente”) che ci spinge su una spirale d’ansia perché ogni delitto e scippo, col relativo contorno di chiacchiere, ci persuade che l’ordine, cui tanto agogniamo, è solo una fata Morgana nel caos. Ma la nostra sensazione è che la televisione c’entri poco.

Il fatto è che fuori dal Paradiso Terrestre “è subito Caino” e che non è che i nostri antenati al lume di candela fossero meno in ansia rispetto a noi. Magari la sfogavano maggiormente cercando conforto nel soprannaturale anziché abbandonandosi ai talk show, ma nella paura ci sguazzavano, eccome. E, a dire il vero, anche l’accorto sondaggista che lancia la correlazione fra la vetrinizzazione del tema sicurezza e l’ansia da paura, non arriva a dichiarare l’esistenza di un rapporto di causa ed effetto, e si affida alla associazione suggestiva anziché alla dimostrazione assertiva. Insomma, lancia il sasso e nasconde la mano, a differenza dell’ultimo Popper (inizio anni ’90) che auspicava la “patente” per fare la televisione sottraendola alla naturale vocazione di cattiva maestra (il tutto, a dire il vero, sulla base di analisi statistiche fatte da John Condry che non avvaloravano affatto quel rapporto di causa ed effetto che il filosofo assumeva “a prescindere”).

Anche ora, è facile prevederlo, finirà tutto in chiacchiere deontologiche o, al peggio, nella istituzione di qualche inutile comitato ad hoc. Però non saremmo obiettivi se non ammettessimo che la televisione, più che un problema in sé ce l’ha come televisione italiana. Qui infatti la tv, dispone di una leva enfatizzatrice più lunga che in altri paesi. Ma è questione non di carattere nazionale, ma dell’inflazione di palinsesti tanto numerosi quanto replicanti, costretti a battere la grancassa dei talk show e dei Tg perché si tratta del prodotto che costa meno realizzare. Basterebbe razionalizzare la canea dei vocianti, riportandola a dimensioni europee e, se non diminuiranno i turbamenti dell’anima, calerà di certo il fastidio per le orecchie.