La riforma della Rai è stata approvata alla Camera dopo due giorni di votazioni, ora il testo tornerà per la terza lettura al Senato dove il governo punta a ottenere il via libera entro la metà di novembre. I sì sono stati 259, 143 i no e 4 gli astenuti.

Sontro con le opposizioni sulla figura dell’ad nominato dal cda su proposta del Tesoro: critiche sono arrivate dalla Lega Nord, da Sel e dal M5s che, dal blog di Beppe Grillo, ha lanciato l’hashtag #Dittaturai. Anche Forza Italia ha votato contro, nonostante abbia ottenuto, tramite emendamenti, la figura del presidente di garanzia,nominato dal cda tra i suoi membri. I componenti del cda sda 9 scendono a 7: quattro eletti da Camera e Senato, due nominati dal governo e uno designato dall’assemblea dei dipendenti.

Dall’entrata in vigore della legge, che deve tornare al Senato, l’attuale direttore generale Antonio Campo Dall’Orto acquisirà i poteri previsti dalla riforma per l’ad, mantenendo comunque quelli attuali. L’articolo 2 prevede che l’ad sia nominato dal cda su proposta dell’assemblea dei soci, che resti in carica tre anni e possa essere revocato dallo stesso consiglio. Può nominare i dirigenti, ma per le nomine editoriali deve avere il parere del cda. Inoltre, secondo un emendamento approvato in commissione alla Camera, assume, nomina, promuove e stabilisce la collocazione dei giornalisti, su proposta dei direttori di testata e nel rispetto del contratto di lavoro giornalistico. Può firmare contratti fino a 10 milioni di euro e ha massima autonomia sulla gestione economica. E’ prevista l’incompatibilità con le cariche di Governo e deve essere nominato tra coloro che non abbiano conflitti di interesse e non cumulino cariche in società concorrenti. All’ad spetta anche l’approvazione del piano per la trasparenza e la comunicazione aziendale, con la pubblicazione degli stipendi dei dirigenti oltre 200mila euro, compresi i giornalisti ma escluse le star della tv.

La riforma, nell’articolo 1, si occupa anche della scadenza della concessione di servizio pubblico nel maggio del 2016. Si allunga a cinque anni la disciplina dei contratti per lo svolgimento del servizio pubblico ed è potenziato il ruolo del Consiglio dei ministri, che delibera indirizzi prima di ciascun rinnovo del contratto nazionale. E’ prevista anche una consultazione dopo la quale scatterà la procedura per il nuovo contratto di servizio.

Gli articoli approvati alla Camera riguardano anche una delega per il riordino e la semplificazione dell’assetto normativo, le regole, nell’articolo 3, sulla responsabilità dei componenti del cda e una deroga rispetto all’applicazione del codice dei contratti pubblici aventi per oggetto l’acquisto e lo sviluppo di programmi radiotelevisivi.