Ferran Soriano, attuale direttore generale del Manchester City nonché mente finanziaria dietro al grande Barcellona di Pep Guardiola, ama ripetere che nel calcio la fortuna non esiste. Certo, un rigore sbagliato in una finale di Champions League deve molto alla Dea Bendata ma per calciare quel pallone bisogna prima arrivarci alla finale di Champions League. Allo stesso modo l’annuale scontro fra PES e FIFA non si gioca sul piano delle mere vendite, no, la sfida è molto più sottile, e ruota tutta attorno a due modi alternativi, quasi antitetici, di intendere il calcio (video)giocato.

Con l’edizione 2016 del suo Pro Evolution Soccer (o Winning Eleven per i nostalgici) Konami ha finalmente ritrovato la sua visione, quell’approccio tutto nipponico alle simulazioni calcistiche che FIFA, con precisione americana, ha sempre cercato di smontare. Laddove EA Sports propone da sempre un titolo in cui le meccaniche di attacco e contropiede sono preponderanti rispetto alla costruzione organica dell’azione di gioco, PES 2016 fa l’esatto contrario, premiando un calcio meno aggressivo ma ragionato. In questo senso gli sviluppatori di Konami hanno preso tutto il buono del precedente capitolo, ovvero l’ottimo motore tecnico Fox Engine, migliorandolo in maniera incrementale: le animazioni dei giocatori sono molte di più e si adattano meglio alle varie fasi della partita, i giocatori più famosi, come Ibrahimovic o Buffon, hanno caratteristiche distintive e si muovono proprio come farebbero i loro omologhi reali mentre, in generale, la potenza di Playstation 4 e Xbox One ha permesso l’implementazione di un’intelligenza artificiale capace di muoversi sul campo in modo molto credibile; non vedremo quasi mai buchi in difesa o attaccanti lasciati soli dopo un contropiede troppo veloce, il gioco è capace di adattarsi allo stile di qualsiasi giocatore e agire di conseguenza.

Se “sul campo” PES 2016 non delude rimangono le solite mancanze cui gli appassionati sono abituati da anni: la Master League paga ancora la mancanza di tutte le licenze ufficiali, non ci sono la Bundesliga, la serie B e, data la mancanza di un accordo con la Lega Calcio, anche la Serie A formalmente non esiste, anche se Konami si è assicurata i diritti di 19 squadre (tutte tranne il Sassuolo). Inoltre la modalità MyTeam, che permette di creare e gestire il nostro personalissimo squadrone, non può ancora essere paragonata per completezza e profondità a FIFA Ultimate Team. In ogni caso però, PES 2016 rappresenta, dopo anni di transizione, un ritorno in pienissima forma di Konami alle simulazioni calcistiche: gli amanti di PES, quelli che non hanno mai digerito fino in fondo il passaggio forzato all’odiato cugino FIFA, ritroveranno in questa edizione tutta la grandezza – ma pure tutti i limiti – della serie nipponica. Chi cerca la fedeltà assoluta riguardo maglie, stadi e giocatori, invece, farà meglio a rivolgersi al classico rivale.

Konami ha però un vantaggio che EA non avrà mai: PES era PES anche vent’anni fa, quando non aveva alcuna licenza e la Master League era un’accozzaglia di nomi improbabili. Gli sviluppatori giapponesi si sono sempre concentrati sul cuore del gioco, il campo, i ventidue giocatori e il pallone, nient’altro. Dopo gli anni bui con pochi investimenti e enormi difficoltà finalmente Konami sembra aver trovato la strada giusta, scommettendo di nuovo su quello che ha sempre reso PES la scelta obbligata per i puristi del pallone: la spasmodica ricerca del realismo non tanto nel comparto grafico (comunque eccellente), ma nella ricostruzione dei movimenti propri del calcio. Nessun altro gioco riesce a dare la stessa soddisfazione di un tiro da fuori area in PES, il modo in cui i nostri movimenti sul pad si trasformano in pallonetti che scavalcano il portiere o in bombe capaci di infilarsi proprio nel sette è ancora una magia che i giapponesi tengono ben nascosta e che nessuno è riuscito, per ora, a copiare. Forse pure loro per qualche tempo l’avevano dimenticata, ma quell’epoca è finita.

A cura di Nicolò Carboni

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