Until Dawn non è solo l’ennesimo videogioco che si spaccia per un film interattivo: è un titolo che consapevolmente prende e si prende un giro tirando in ballo tutti i cliché e gli stereotipi del genere cinematografico a cui si ispira. La creatura di Supermassive Games non fa nulla per nasconderlo: è un teen horror a tutti gli effetti e i suoi modelli di riferimento sono Cabin Fever, Quella casa nel bosco, Saw, Non aprite quella porta.

Le premesse narrative, del resto, sono al limite del ridicolo e mettono subito in chiaro lo spirito dell’avventura grafica: dopo il tragico assassinio di una coppia di adolescenti, un gruppo di amici, capitanati dal fratello delle sfortunate vittime, decide di tornare sul luogo del delitto per concedersi un week-end di relax in una baita sulla cima di una montagna. Non c’è nessun genitore con un minimo di sale in zucca ad impedire l’evidente ragazzata, né uno straccio d’autorità governativa che li metta in guardia sul rischio che corrono dal momento che il serial killer si aggira tutt’ora indisturbato e impunito.

Raggiunta l’affascinante ed evocativa location, riunito il gruppo, le cose prenderanno una brutta piega piuttosto in fretta. Anche se Chris cerca l’occasione giusta per dichiararsi a Ashley e Mike non vede l’ora di trovarsi da solo con Jessica, la vena erotico-sentimentale viene accantonata dalla rocambolesca apparizione dell’assassino che alla prima occasione imprigionerà e metterà in fuga i nostri beniamini.

L’avventura si consuma nell’arco di una singola notte di terrore nella quale, in momenti prefissati, alternerete il controllo degli otto ragazzi vittime delle smanie omicide del misterioso killer. La discriminante tra la vita e la morte saranno il superamento (o meno) di numerosi quick time event, sezioni in cui premere correttamente una sequenza di comandi, e, soprattutto, le scelte che determineranno cambiamenti più o meno influenti sul proseguo della storia. Supermassive Games ha ripreso un concetto, il famoso “effetto farfalla”, per esprimere e riassumere efficacemente l’idea di base: concludere con arroganza una discussione può incrinare irreversibilmente i rapporti tra due amici di vecchia data; attardarsi nel soccorrere una donzella in difficoltà, magari proprio per salvaguardare l’incolumità del nostro personaggio preferito, potrebbe segnarne la prematura scomparsa.

Nonostante la presenza di numerosi finali, i bivi narrativi effettivamente percorribili non sono moltissimi, lacuna che mortifica le ambizioni della produzione, ma ciò non attenua in alcun modo la tensione (per non dire paura) che si sprigiona nel sentirsi costantemente a un passo dalla morte, nel sapere che l’esistenza dei personaggi dipenda da una semplice scelta, dalla corretta pressione dei tasti sul pad.

Una tale empatia, un tale attaccamento, è possibile solo grazie allo strepitoso lavoro tecnico e registico, che rende il gioco estremamente simile ad un film. Il cast coinvolto nelle lunghe sessioni di motion capture ha come star indiscussa Peter Stormare, camaleontico attore che, tra gli altri, ha partecipato a film del calibro di Armageddon, Il Grande Lebowski e Fargo. Se la trama lascia a desiderare quanto a originalità, la sceneggiatura brillante e le doti artistiche degli attori rendono la storia intrigante e carica di pathos.

Until Dawn è un mix di situazioni già viste, colpi di scena prevedibili, cliché ereditati da giochi e film dello stesso genere. Allo stesso tempo, tuttavia, l’avventura grafica di Supermassive Games, facendo leva su emozioni basilari e mettendo in scena personaggi archetipici, convince perché è sincera, diretta, ostentatamente viscerale e maledettamente immediata. Si salta sulla sedia, ci si preoccupa per l’incolumità dei ragazzi e, mentre si avanza verso i titoli di coda, ci si scopre terrorizzati e insieme divertiti. Del resto, è proprio quello che si chiede ad un qualsiasi blockbuster senza pretese.

A cura di Lorenzo Fazio

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