Tutto nel cestino. I giornali con i titoli grossi così che celebravano la firma dell’intesa all’interno del Pd come se fosse la pace di Vestfalia finiscono nella differenziata. Nel Partito democratico ecco una nuova scazzottata quando sembrava che tutto andasse bene. Che potesse bastare, finalmente, l’accordo “sul comma 5 dell’articolo 2 del ddl Boschi“, che sembra il codice penale e invece vuol dire che verrebbe inserito un listino di candidati, alle Regionali, per far scegliere i componenti del nuovo Senato agli elettori (e non ai consigli regionali). E invece no. Non basta. Perché Pierluigi Bersani – che per settimane così come il resto della minoranza Pd ha combattuto proprio per una forma di elezione diretta dei senatori, ora rilancia che nemmeno una pokerstar, dicono i renziani. Va a una mostra del museo Santa Giulia a Brescia e dice: “Anche la proporzione tra numeri di Camera e Senato va rivista”. Una discussione – quella sui componenti del Parlamento – morta ormai un anno fa, quando il disegno di legge del ministro Maria Elena Boschi aveva superato gli ostacoli prima al Senato e poi alla Camera. Era un argomento sepolto, scomparso dal dibattito quotidiano, estenuante sulle riforme istituzionali. Lo ha disseppellito Bersani che, sempre dal museo di Brescia, continua con i “moniti”: “Vedo che ci sono affermazioni di buona volontà, noi diciamo una cosa che capiscono anche i bambini: diciamo che il Senato debba essere elettivo, devono decidere gli elettori. Questo deve essere chiaro e va scritto. Semplicissimo e da qui non ci si scosta”.

Così è strage di braccia che cadono e occhi che strabuzzano. E toni che si induriscono. A partire dai vertici del Pd. Dai vicesegretari del Pd, che è come dire Matteo Renzi. “Le ultime affermazioni di Bersani – dice Debora Serracchiani – sono sinceramente incomprensibili e portano a una situazione di inutile divaricazione. Alzare continuamente la posta potrà essere una tattica accettabile a poker, ma sconcertante quando si parla di un tema serissimo come le riforme istituzionali. E’ stato dimostrato che la volontà di dialogare c’era e c’è, ma non può essere solo da una parte. Rompere l’intesa non ha senso e fino all’ultimo spero che Bersani non vorrà accollarsi il peso di questa responsabilità”.

Lorenzo Guerini insiste: “Non capisco questa posizione di Bersani – dice all’Ansa – Sembra quasi che anziché trovare un punto di intesa sul merito della questione, voglia irrigidire le posizioni per rompere. Noi andremo avanti con lo spirito di apertura ma non accettando veti che non servono al Pd”. Guerini parla direttamente all’ex segretario, avvertendolo che i voti per approvare la riforma ci sono, con o senza minoranza: “Stiamo facendo di tutto per tenere dentro tutti a partire da lui, ma, ripeto, con i veti non si procede. Noi invece vogliamo andare avanti e lo faremo. Anche perché come si è visto, i voti li abbiamo. E in democrazia i voti contano più dei veti. Spero che tutto il Pd voglia essere protagonista del cambiamento istituzionale di cui il Paese ha bisogno: ci sono le condizioni, non farlo sarebbe un atteggiamento irresponsabile”.

Si aggiungono gli ex sinistra del partito diventata renziana. Per esempio il presidente del Pd Matteo Orfini: “Stiamo lavorando da giorni per un accordo sul merito mi sembra siamo vicini. Sull’ipotesi del listino sta maturando una convergenza larga. Credo che dobbiamo lavorare su quello senza impuntature e radicalizzazioni del dibattito”. L’appuntamento così è in direzione, dove il Pd si confronterà lunedì 21. “In quella sede – dice Orfini – possiamo davvero arrivare a chiudere un dibattito in modo positivo, salvaguardando l’unità del partito a patto che non prevalgano in queste ore radicalizzazioni e falchi”. Si aggiunge il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina: “Senza veti, senza ritardi, senza tatticismi. Si è aperto uno spazio utile per volontà di tanti che non hanno mai smesso di ricercare il terreno giusto per ascoltarsi e agire insieme. Ora tutti devono fare un passo avanti. Non servono impuntature, la soluzione è alla portata”.

Certo, il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi tiene a ribadire che il confronto sul Senato non è mancato: sul comma 5 dell’articolo 2 “discutiamo, ma non ci sia la tentazione di ricominciare da capo, altrimenti ci riinfiliamo nell’immobilismo all’italiana”. Il ministro ha aggiunto che “è serio e doveroso in un partito ascoltarsi. Abbiamo fatto 134 modifiche alla riforma e quella di lunedì è la 25esima direzione da quando Renzi è segretario. Mi sembra che la discussione ci sia ma essendo un partito che governa arriva un momento in cui si deve decidere”. E anche la Boschi chiarisce che “non c’è preoccupazione sui numeri. Non c’è una caccia al senatore come qualcuno racconta nei retroscena. C’è la volontà di avere una riforma condivisa prima di tutto all’interno del Pd e credo ci si possa arrivare. Però io credo che sia un bene, ovviamente per tutti, cercare un consenso ampio”.