Artur Mas come Alexis Tsipras: inganna i cittadini. Pochi giorni fa l’ex premier spagnolo Felipe González ha scritto su El Pais una lettera ai catalani. Il tema non cambia: la tensione tra Barcellona e Madrid, esacerbatasi di nuovo, in vista delle elezioni catalane del prossimo 27 settembre. Uno scontro a suon di accuse e carte bollate che si ripete puntuale come il famoso “clásico” sui campi di calcio. L’ardore delle tifoserie, a confronto però, sembra ben poca cosa. González prima ha accusato il governatore della Catalogna di voler creare un’Albania del XXI secolo, poi ha paragonato le politiche indipendentiste all’ascesa nazista in Germania e in Italia negli anni Trenta. “Il signor Mas inganna gli indipendentisti e chi crede che il diritto di decisione su uno spazio pubblico, che condividiamo come Stato-nazione, possa essere frazionato arbitrariamente e illegalmente”, ha detto nero su bianco.

Al di là dai paragoni forzosi, la questione catalana si scontra non solo con la legge costituzionale spagnola, ma anche con i dettami europei. Per Mas e la sua grande lista “Junst pel si” (Uniti per il sì), che per la prima volta vede correre insieme trasversalmente tutti i partiti pro indipendenza – dai più conservatori di Convergència Democràtica de Catalunya alla sinistra di Esquerra Republicana -, l’ultima rogna in ordine di tempo arriva direttamente da David Cameron. Invitato lo scorso venerdì a palazzo della Moncloa per un vertice bilaterale, il premier britannico ha appoggiato la linea dura di Mariano Rajoy, così come ha fatto anche Angela Merkel: “Dobbiamo rispettare i trattati europei che garantiscono l’integrità territoriale di ogni Stato”, ha detto la cancelliera tedesca.

A Madrid il governo ha, infatti, presentato una proposta di legge urgente per dotare la Corte Costituzionale del potere di sanzionare chi non rispetti le sue sentenze, con multe salate (dai 3 ai 30mila euro) fino alla sospensione dalle funzioni per i rappresentanti istituzionali e i funzionari “disobbedienti”. Tradotto: un avvertimento, nemmeno troppo velato, alle iniziative secessioniste di Barcellona. Durissime le critiche, non solo degli indipendentisti catalani, ma anche dell’opposizione al governo centrale: il leader socialista Pedro Sánchez rimprovera Rajoy di “strumentalizzare le istituzioni a fini elettorali”, mentre Podemos e Ciudadanos accusano il Partito popolare di “minacce” e “irresponsabilità”.

Intanto a Barcellona ci si prepara alla Diada, la festa per l’indipendenza catalana dell’11 settembre, che quest’anno coincide con l’inizio della campagna elettorale. Ada Colau, il sindaco di Barcellona, ha già fatto sapere che non andrà, per preservare il suo ruolo istituzionale da possibili strumentalizzazioni politiche. Che Podemos si tenga fuori dalla bagarre sull’indipendentismo è un dato di fatto. Soprattutto dopo le ultime indagini sui casi di corruzione che coinvolgono proprio il partito del governatore Artur Mas.

Pochi giorni fa la Procura ha eseguito nuove perquisizioni nella sede del Cdc e della fondazione in cerca di altre prove per le tangenti che il partito avrebbe intascato in merito a degli appalti pubblici. Un’indagine aperta nel 2009, che ha coinvolto il leader storico e fondatore del partito Jordi Pujol e la sua famiglia, e che ha svelato il caso di corruzione più grande della storia catalana.

Non si è fatta attendere la risposta del governatore: “Qualcuno vuole che questo incida nella campagna elettorale”, ha detto gettando un’ombra di sospetto sull’operazione, condotta nemmeno un mese prima delle elezioni. La coalizione allargata di Mas però non deve guardarsi solo dalle ire di Madrid. C’è anche l’altra lista, quella alternativa, di Catalunya Sí que es Pot (Catalogna sì è possibile) che riunisce Podemos, Iniziativa per la Catalogna verdi e Sinistra Unita e Alternativa a cui, del secessionismo ostinato, importa meno: “il referendum è una questione centrale” per i cittadini della Catalogna solo se si va verso “un’iniziativa costituente e in relazione con le altre regioni del Paese”.

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